domenica 28 giugno 2020

Il virus e l'alibi per l'impotenza


Prima era solo un'impressione. Via via è diventata sempre più forte ed oggi è quasi una certezza.
Ma andiamo per ordine. Chi ha sofferto maggiormente durante la fase più dura delle restrizioni causate dal Covid-19? Ovviamente i malati, quelli che non ce l'hanno fatta, il personale sanitario. E poi tutti coloro che hanno ricevuto uno schiaffo terribile dal punto di vista economico, chi ha perso il lavoro, chi ha visto vanificati i propri progetti. Su questo non ci sono dubbi. Così come è certo che tutti quelli che contavano su cure specifiche in presenza - penso ad esempio ai pazienti delle terapie psicoterapeutiche o ai malati cronici di altre patologie - si sono visti 'scavalcati' e messi da parte in nome della priorità incombente del virus.
Ma, sul piano umano, dal punto di vista antropologico, chi è che ha pagato di più? Anzi, rovescio la domanda, tanto il problema non cambia: chi è che ha sofferto di meno? Ebbene, ha sofferto di meno chi aveva già un brutto rapporto col prossimo. Vi sembra una frase forte? Okay, provo a dirla diversamente. Ha sofferto meno chi è poco empatico e poco 'aperto' nei confronti dell'altro. Forse così va meglio. Chi di noi non conosce persone di questo tipo? Nessuno, credo. Chi di noi non sa che esistono uomini e donne che sono diffidenti nei confronti di chi non conoscono, che ti danno a stento la mano, che se vai per salutarli con un bacio diventano delle statue di sale? Ecco, non voglio essere presuntuoso - ripeto, è solo la mia opinione - ma queste persone hanno sofferto di meno, secondo me. Sono state a loro agio sui divani, davanti alla televisione, magari sottoponendosi alla banale ma al tempo stesso riuscitissima operazione di programmazione neurolinguistica attuata dal mainstream. Magari sono state pure tra coloro che additavano gli 'untori' nel runner, nella mamma col bambino, nei giovani dello spritz e della 'movida'. Insomma, parafrasando una canzone di molti anni fa e che mi piace molto, la loro "impotenza ha trovato un alibi".
La conferma di questo personale 'sentire' mi è venuta dal mio ambito professionale. Nel mondo della scuola, infatti, è in atto una sorta di contrapposizione manichea (tutta italiana, per certi versi) tra chi si batte per il ritorno alla didattica in presenza e chi loda, o comunque considera efficace e opportuna anche in futuro, la didattica on line. Ecco, posso garantirvi che, a parte una sparuta minoranza di ottimi docenti che hanno 'solo' paura del virus e che hanno sempre fatto benissimo il loro lavoro, esiste una maggioranza tra i sostenitori della DAD che - e mi assumo la responsabilità di ciò che dico - degli studenti non se ne catafotte nulla. Lo riscrivo, a scanso di equivoci: alla maggior parte di coloro che tifano per la DAD dei ragazzi non importa nulla. Ma non adesso, pure prima. Li conosco, li ho guardati negli occhi, ho ascoltato con le mie orecchie ciò che pensano. Molte volte ho sentito dire da colleghi frasi come le seguenti: "voglio cambiare mestiere", "io i ragazzi non li sopporto", "a questi li odio". Questo i più spontanei. I più subdoli certe cose non le dicono ma il loro atteggiamento traspare da come si comportano o da quanto gli studenti li detestino. Ciò che scrivo mi attirerà altri strali da molti colleghi, ma questa volta sono io a catafottermene. Ma chiudiamo la pur illuminante, a mio avviso, parentesi scuola e proviamo a concludere.
Chi ha trovato nel virus l'alibi della propria impotenza relazionale farebbe forse bene a riflettere su questa sua problematica e a capirne le cause. Forse è solo un tratto della propria personalità, ma anche no. Di sicuro, però, la smetta di provare a trasformare i propri tratti disturbati e disturbanti nella legittimazione di politiche - sanitarie e non - a dir poco preoccupanti e nei confronti della quali chi ama l'umano guarda con terrore.

martedì 26 maggio 2020

Sessantamila delatori di Stato
















E niente, è tutto vero. Speravo non lo fosse, ma lo è. Il ministro per le Regioni della Repubblica Italiana, Francesco Boccia, ha annunciato un bando per 'arruolare' sessantamila 'assistenti civici' con vari compiti. Tra questi, è stato sottolineato più volte dallo stesso Boccia (in nomen omen), quello di vigilare sul rispetto del famigerato 'distanziamento sociale'. Ora, dico, sui social, su questo blog, nelle innumerevoli discussioni, pubbliche e private, ho affermato di sentirmi in una condizione distopica. In molti mi hanno dato ragione e hanno condiviso questo mio stato d'animo. Qualcuno, invece, ha più volte sostenuto che esagero, che tutte le misure prese sono necessarie, che si sta agendo per il bene pubblico, che ci vuole rispetto per i morti, e così via. Ecco, io mi rivolgo a loro, esclusivamente a loro: vi sembra normale un provvedimento del genere? Vi sembra accettabile che normali cittadini decidano volontariamente di aderire a questa iniziativa e - senza essere rappresentanti delle forze dell'ordine - controllino altri cittadini, magari intimandogli di stare a distanza, di indossare la mascherina, di, che so, non baciare la propria fidanzata? E che siano autorizzati a segnalare eventuali 'inadempienze' alle vere forze dell'ordine?  Lo ripeto ancora: vi sembra normale? Non vi ricorda esperienze di un passato che mai avremmo sognato di vivere, come è avvenuto con la Stasi, nell'orbita sovietica, al tempo della Guerra fredda, o con l'incoraggiamento alla delazione durante il Ventennio. "Ma che c'entra - sento già qualche eroe - non facciamo paragoni assurdi, quelle erano dittature". Certo, lo erano, è vero. Ma, come insegna Marx, la Storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. Ora siamo alla farsa, ma è una farsa tragica. E io non riesco a rassegnarmi all'idea che si possa accettare passivamente una cosa del genere. Né mi rassegno al fatto - anzi mi incazzo ancora di più - che nel momento in cui si fanno notare queste storture - con una banalizzazione e una semplificazione imbarazzanti - si venga messi nel calderone dei no vax, dei no mask, dei sovranisti, dei terrapiattisti, o di chi ha paura delle scie chimiche, mentre dall'altra parte ci sarebbe il politically correct, il buriologismo, la fiducia cieca nel comitato tecnico-scientifico di virologi che sta decidendo delle nostre vite da tre mesi, nell'episteme che si oppone alla doxa (per riprendere un'infelice gaffe fatta recentemente da Conte in Parlamento). Chiarisco per l'ennesima volta che non rientro in nessuna delle categorie menzionate nella prima schiera. E chiarisco pure che me ne catafotto degli schieramenti politici, del centro destra o del centro sinistra (una cretinata non è né di destra né di sinistra, è una cretinata e basta, chiunque la faccia). Sono solo un cittadino, che ha il sacrosanto diritto di riflettere e, se è il caso, di criticare scelte che cadono sulla testa sua, dei suoi figli e della collettività.
E con lucidità e raziocinio posso dire che, per tornare al caso in oggetto, reclutare sessantamila cittadini autorizzandoli alla delazione è una cosa folle, antidemocratica, distopica, fuori dalla Costituzione e portatrice di ulteriori sconquassi in un tessuto sociale già fortemente provato. E se è sconfortante che un ministro della Repubblica, legittimato ovviamente da un mainstream che propone continuamente e volutamente immagini di presunti 'irresponsabili' che si assembrano come degli incivili decorticati (ora tocca a loro, mentre prima è toccato al runner, alla mamma col bambino, al tizio che da solo prende il sole in spiaggia, ecc.) pensi e proponga una cosa del genere, è deprimente che nessuno lo fermi. Mi auguro che accada. Forse siamo ancora in tempo.

giovedì 14 maggio 2020

Svegliarsi, prima dell'incubo



Vale la pena guardarlo questo video di 5 minuti (aggiungo il link in coda a queste brevi note) E vale la pena riflettere. Forse, così, chi ancora non l'ha compreso si renderà conto che è in atto - già prima dell'emergenza sanitaria - il tentativo di introdurre metodiche di controllo sociale che si ispirano al modello cinese. Ossia a un modello la cui Storia ci dice che gli abitanti sono passati dall'essere sudditi di un monarca assoluto a soggetti di un regime dittatoriale. Un modello cui bisognerebbe guardare con umana pietà, e con il sereno distacco di chi è figlio del Rinascimento, dell'Illuminismo, della Rivoluzione francese, della Resistenza, dell'antifascismo, delle lotte civil e sindacali: in una parola, della democrazia. E invece no. In modo sempre più strisciante e pervicace si vuol fare passare il messaggio che quello con gli occhi a mandorla sia un ottimo modello... Basti vedere e ascoltare come i giornalisti Rai, nel video, commentano quello che viene passato sullo schermo: la disciplina dei bambini soldatini che rientrano a scuola (molto simile ai filmati dell'Istituto Luce sui Balilla del Ventennio) o su come il regime cinese discrimini chi esce fuori dal coro. Mi sembra surreale, davvero. Inquietante. La stessa, costante presenza di Giovanna Botteri - cui, attenzione, va tutta la mia solidarietà per gli attacchi idioti di body shaming delle scorse settimane - concorre sistematicamente a creare questa narrazione della Cina come sede dell'Eden... Ed è chiaro, solare che si tratta di una precisa linea editoriale, cui la Botteri ha venduto le sue pur ottime qualità professionali. Svegliamoci, per favore, prima che diventi definitivamente un incubo... In parte già lo è...
 https://vk.com/video-158061263_456239294?fbclid=IwAR21VWVq6vXfUXqjfCHhBDq9KHVmOYZ4INuRyPkZqNTWW0BC6QssqSdtRrs

lunedì 27 aprile 2020

COVID-19 E DPCM: LE MERAVIGLIE DELL'ASSURDO













Leggo la bozza del nuovo DPCM che affronta l'emergenza COVID-19. Dopo lo sconcerto provato ieri sera ascoltando il discorso del presidente del Consiglio, dovevo farlo. Lo leggo, e mi rincuoro. Sì, perché almeno è un testo pregevole. Dal punto di vista letterario, dico. Kafkiano, surreale, Beckettiano. E sì... C'è un sicuramente un voluto abbandono del costrutto razionale e un altrettanto ricercato rifiuto del linguaggio logico-consequenziale. Almeno è un prodotto di pregio, dal punto di vista letterario. Si potrebbero fare mille esempi. Vediamo... Ah, ecco:
"non è consentito svolgere attività ludica o ricreativa all’aperto; è consentito svolgere individualmente, ovvero con accompagnatore per i minori o le persone non completamente autosufficienti, attività sportiva o attività motoria, purché comunque nel rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno due metri per l’attività sportiva e di almeno un metro per ogni altra attività" Bellissimo... Niente attività ludica all'aperto, punto e virgola, sì all'attività sportiva o motoria...Sublime... Come non cogliere il substrato filosofico di un'affermazione del genere. Evidente è l'influsso di Sartre, di Camus (già l'autore de "La peste", il romanzo più citato a sproposito in questi mesi da chi manco lo ha letto e ignora che quel libro è una metafora che racconta la resistenza al Nazismo - la peste, appunto - ma lasciamo perdere...) . Evidente, dicevo, la ricerca di un raffinato non-sense... Meraviglioso...
Come bellissima è la suspence sul termine 'congiunto'. Andiamo al testo: "sono consentiti solo gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero per motivi di salute e si considerano necessari gli spostamenti per incontrare congiunti purché venga rispettato il divieto di assembramento e il distanziamento e vengano utilizzate le mascherine. Che dire... I congiunti... Già i giuristi sono al lavoro per stabilire chi è congiunto e chi non lo è. E sì. Lo zio Pippo, zio acquisito di mia mamma, è un congiunto? E il figlio di mio cugino Giovanni che aggiusta i computer? Glielo posso portare il mio PC per ripararlo? Ma soprattutto, la mia fidanzata, posso andare a trovarla a casa? Non credo, non è una congiunta... Mannaggia...E allora che si fa? Aspe', posso vederla fuori, è consentito. No, forse rientra nelle attività ludico-ricreative, sono vietate. Ma è amore, non attività ludico-ricreativa... Trovato! La posso vedere, però dobbiamo correre. E a due metri di distanza. E intanto ci guardiamo. Certo, magari guardandoci calpestiamo la merda ma non è un problema: il dpcm non vieta di entrare in contatto con gli escrementi. Poi, magari, ci fermiamo un attimo, rifiatiamo e... ecco, ci baciamo! Finalmente! Però, possibilmente, passa una volante della polizia, e lì cominciano i dolori... "Chi siete? Che fate? Se siete sorella e fratello okay, baciatevi, sennò non si può". Siete fidanzati? Multa. Perché? perché non avete rispettato la distanza. E poi, come vi siete baciati? Con la lingua? Aggravante...
Magnifico...
Siamo un popolo straordinario, di cui andare orgogliosi. Come dite? Vi aspettavate una fase due seria? Con progettualità su test sierologici, razionalizzazione dei tamponi, tracciamento dei contagi rispettoso della privacy, misure che finalmente si occupino dei bambini TOTALMENTE dimenticati per l'ennesima volta, assistenza psicologica per le gravi patologie che si stanno incrementando di settimana in settimana? Ma ragazzi! Questa è prosa. Noi siamo altro: siamo la poesia.

sabato 25 aprile 2020

Liberi di scegliere














“Il sapere non è fatto per comprendere, è fatto per prendere posizione”, affermava Michel Foucault. Questa frase mi ha sempre colpito, profondamente.  Essa appare nell'opera Nietzsche, la genealogia, la storia, tradotta in Microfisica del potere, nel 1977 (ma è probabile risalga al 1971). Un testo che, com’è noto, orientò molti giovani fuori dalla sinistra extraparlamentare. Ma, al di là del contesto storico, la frase, dicevo, mi ha sempre scosso notevolmente. Perché il sapere, ne sono convinto, serve a comprendere. Me lo ripeto sempre, lo dico continuamente ai miei studenti.  È il monito di Hegel, laddove questi ci ricorda che il compito principale della filosofia è trasformare il noto in conosciuto. Ossia, per fare un esempio dei nostri giorni, rendere conoscenza la marea di notizie che ci inseguono – e talora ci perseguono – ore, quarti e momenti. E ciò perché la notizia, la news, di per sé, non è, appunto, conoscenza: per divenire tale occorro uno sforzo ulteriore, che è quello offerto dalla filosofia.
Ma torniamo a Foucault. Che cosa voleva dirci il filosofo francese con quella provocazione? Molto, moltissimo. Impossibile riassumerlo in queste poche righe. Mi limito, però, a sottolineare uno dei possibili rivoli di riflessione. Quello, cioè, secondo cui la conoscenza ci porta inevitabilmente ad avere una Weltanschauung, una visione del reale. Conseguentemente, tale visione ci porterà ad agire, inevitabilmente, in una direzione piuttosto che in un’altra. Con buona pace di chi, come il pensatore danese Soren Kierkegaard, ci ricorda che la scelta, la categoria del possibile siano fonte di angoscia per l’essere umano. Certo, la conoscenza accresce anche la complessità del sapere, e questo ci fa prendere coscienza del fatto che la verità non è qualcosa di monolitico e statico: essa è plurale, prospettica, in divenire: storica, in una parola. Tuttavia, esistono momenti, contesti, situazioni in cui siamo chiamati a prendere posizione. E a farlo con chiarezza. Senza arroganza magari, ma in modo netto. Diversamente, del nostro sapere non ne è nulla.
Ora, i partigiani che lottarono per la libertà, per quella liberazione dal nazifascismo che oggi celebriamo, presero posizione. E lo fecero in modo deciso, assumendosi la responsabilità di una missione e di un rischio enormi, più grandi delle loro stesse vite. Ma era inevitabile per le loro coscienze, per il loro sapere, per la loro visione del reale. Grazie alla loro presa di posizione, oggi, abbiamo la libertà. La libertà di accrescere il nostro sapere e di prendere anche noi posizione, rispettando quelle altrui. Ed è un bene inestimabile. Un bene, però, che non è mai raggiunto una volta per tutte ma che va sempre difeso e riconquistato, ogniqualvolta esso venga messo anche minimamente in discussione.  In ciò, credo, risiede uno dei valori e degli insegnamenti più alti della Resistenza e del 25 aprile. Certo, la complessità cui accennavo, fa sì che non si debba dimenticare come anche in chi lottava dall’altra parte ci fosse qualcuno (in mezzo a una maggioranza che faceva della sopraffazione e della violenza la sua ragion d’essere) che credeva sinceramente in un ideale: rimediare a un tradimento nei confronti dell’alleato tedesco, ad esempio, o più semplicemente, rispettare la legge delle Stato (la Repubblica Sociale Italiana) di cui era formalmente cittadino; e fa sì, la complessità, che non si debbano nemmeno dimenticare le violenze talora commesse anche dai partigiani. Fu una guerra civile: terribile come tutte le guerre civili. Ma, al di là di questo, una scelta di campo, in quel momento, si doveva fare, e i protagonisti della Resistenza la fecero. Come la fecero gli antifascisti all’inizio e durante il Ventennio, quando la stragrande maggioranza della popolazione italiana osannava il fascismo e le sue gesta. Lo fecero, pagando con la vita, con l’esilio o con la discriminazione la loro presa di posizione.
Ecco, credo che uno dei tanti insegnamenti che il 25 aprile ci può dare, oggi, è quello del valore insito nel prendere posizione. E nel farlo quando la nostra visione della realtà ce lo suggerisce, o, il che sarebbe meglio, ce lo impone. Troppo spesso, invece, assistiamo all’ignavia, al distacco scettico, all’inazione, anche dinanzi a fenomeni e accadimenti che dovrebbero scuotere fortemente le nostre coscienze. Succede nelle vicende politiche, ad esempio, locali e nazionali. Basti pensare alla criminale superficialità con la quale vengono accettati, quando non giulivamente lodati, i comportamenti di sindaci, amministratori e governatori ‘sceriffi’. O alla deprimente mancanza di riflessione critica con cui la gran parte della popolazione si è consegnata, in questi mesi, a uno scientismo veteropositivista (non alla scienza, quella vera) da un lato, e alla fobocrazia, al potere fondato sulla paura del virus (e, quindi, un potere le cui scelte vengono accettate acriticamente), dall’altro. Una cosa che avrebbe fatto inorridire Foucault. Una cosa che, ne sono certo, gli avrebbe fatto prendere posizione.

mercoledì 22 aprile 2020

Scienza e passerelle














 C’è da riflettere. Per capire, intendo. Per capire come si è arrivati a tutto questo. Non al virus, alla pandemia. Per quello ci vogliono competenze plurime e io ne ho poche e inadatte. Per analizzare un altro aspetto però, forse, qualcosa la possiamo comprendere tutti un po’ più facilmente. Come si è arrivati, cioè, a questa contrapposizione tra presunti specialisti tecnico-scientifici, da un lato, e altrettanto presunti ignoranti e presuntuosi, dall’altro. È un percorso lungo, complesso, articolato. Impossibile riassumerlo in poche righe. Ma proviamo, appunto, a capirci qualcosa. Credo che tutto sia iniziato, più o meno, dalla seconda metà degli anni ’80, con l’affermarsi graduale dei talk show e con il loro passare altrettanto graduale e inarrestabile dall’ospitare e dare voce a personaggi bravi nel loro campo (artisti, attori, cantanti e così via) che, gradualmente appunto, sono stati sempre più chiamati a dire la loro su argomenti di cui non sapevano una mazza o quasi. È la nascita del tuttologo, insomma. Di chi, cioè, è bravo a ballare, ad esempio, e gli si chiede come risolvere il problema della fame nel mondo. Il fenomeno è cresciuto a dismisura. Il tuttologismo è diventata una vera e propria tendenza. Più o meno, diciamocelo, sino ai giorni nostri. Poi sono arrivati i social, facebook in particolare. E, come previsto da menti acute come Umberto Eco, essi hanno dato voce a tutti, anche a chi, forse, non aveva – e non ha – molto da dire. È la democrazia, si dirà, ed è assolutamente vero. Ma spesso è un fenomeno deprimente, diciamocelo. E anche pericoloso, perché c’è chi, com’è noto, sull’analfabetismo funzionale, sulla credulità popolare, sulle fake news ha costruito una base importante del suo consenso politico e non solo. E lo ha fatto anche con una critica implicita, quando non esplicita, nei confronti del Sapere e di chi lo rappresenta (i ‘professoroni’, i ‘dottoroni’, come ama spesso dire un politico ex ministro, mettendosi volutamente dalla parte di un popolo chiamato così ad odiare chi sa, chi studia). Si tratta, anche qui, di un fenomeno molto pericoloso. Un fenomeno che va combattuto con gli strumenti della cultura, con la scuola, con un’informazione onesta e competente. Punto.
Parallelamente, però, e questa è cosa più fresca, è venuta fuori un’altra categoria, non meno pericolosa e inquietante: il tecnico, lo specialista, l’esperto. Quello cui i sacerdoti del sapere avrebbero dato la sacra missione di ricondurre il gregge sulla retta via, mostrando a tutti il Verbo dello specialismo. Già, lo specialismo. Un mostro tentacolare della modernità, che gli epistemologi conoscono molto bene e che menti raffinate hanno cercato di combattere in tutti i modi. La scotomizzazione, l’iperspecializzazione, la comprensione sempre più chiara del particolare, che ti fa perdere di vista la complessità dell’intero. È un fenomeno che chi ha studiato la Storia del pensiero e della Scienza (quella vera) conosce benissimo. Ma qui non parliamo di scienziati, signori. Parliamo di personaggi patetici, bravi a dirvi magari come si fa l’amuchina in casa, puntuali nel rispettare appuntamenti televisivi in prima serata, e magari a denigrare su twitter chi non la pensa come loro. La Scienza, quella vera appunto, è un’altra cosa.
Quella che qualcuno vuole fare passare per scienza, invece, si chiama in un altro modo: scientismo, una vecchia forma di scienza, di stampo ottocentesco, comtiano. Un approccio sconfitto dalla Storia, che nonostante ciò (lo ha fatto notare giustamente qualche tempo fa Ivan Cavicchi) ha la pretesa di proporsi come:

– metafisica, cioè valore assoluto, incontestabile, autoritaria e impositiva;
– conoscenza cartesiana e oggettiva dell’uomo;
– riduzione della persona ad organo, o peggio, ad ‘infettato’;
– malattia, ma non persona in un contesto;
– proceduralismo

Una scienza ‘dispotica’, incapace di avere contraddittorio, che pretende – proprio come più di un secolo fa – una sottomissione totale a ciò che essa dice. E ciò nonostante l’ovvietà che  le sue evidenze siano – dal punto di vista epistemologico – paradigmi provvisori e – giustamente - falsificabili, e nonostante tutti gli standard siano spesso smentiti dai casi singoli, dalle specificità, dalle singolarità. Una scienza che, sono ancora parole di Cavicchi, “anziché sforzarsi di ridefinirsi nelle complessità del mondo, dialogare con le persone, evolvere, ripensarsi, si limita a chiedere alle forze politiche di proteggere la sua invarianza, cioè la sua refrattarietà al cambiamento”.  Una scienza che si bea dei salotti e dei social. I luoghi ideali, questi ultimi, per blastare i webeti. Due neologismi molto tristi. Per chi non lo sapesse, significa distruggere, umiliare con sarcasmo, insultare i presunti ebeti del web. C’è un virologo recentemente in auge che imperversa in tv che di questa ha fatto la sua attività principale. Peccato che ad essere oggetto del suo nauseante blasting non sono solo i presunti webeti, ma anche colleghi medici, giornalisti, filosofi, scienziati. Tutti, insomma. Basta che siano contrari a quelle quattro ovvietà che un medico serio che lavora in ospedale conosce senza strombazzarle ai quattro venti. E lo fa con un’arroganza e una protervia imbarazzante, inaccettabile. Volete qualche esempio? Sei un ricercatore universitario? Stai zitto, io sono ordinario e ho ragione, punto. Sei un virologo che qualcuno dice sia stato candidato al Nobel? Ma forse sei stato candidato a Miss Italia. Hai quarant’anni e ancora non sei ordinario? Sei uno sfigato da bar e da periferia. Potrei continuare, ma mi fermo perché già i conati avanzano…
 Eppure…  Eppure, niente, lo specialista da salotto televisivo si  sente investito di questa missione. Ed è qualcosa che, appunto in quanto sacro, non può e non deve essere messo in discussione. Se lo fai sei chiaramente un cretino, un ignorante, un miscredente, un no-vax (ultimamente quest’ultimo epiteto è più gettonato dell’eterno ‘sei un cretino’)… Anche se magari hai appena fatto fare tutti i vaccini previsti dalla legge per i tuoi famigliari. Non ha importanza: contesti l’esperto? Sei un ignorante, un webete. Ma fa divulgazione, dirà qualcuno. No, signori, la divulgazione è un’altra cosa. La divulgazione la si fa senza protervia, con umiltà: potremmo fare mille esempi. Il più luminoso e conosciuto è Piero Angela, ora seguito con altrettanta bravura dal figlio Alberto. Immaginate se uno dei due aprisse un documentario sulla rivoluzione francese dicendo:“Okay, io questo argomento lo conosco bene e voi siete asini, quindi statemi a sentire”.
Ed ecco, vedete, succede anche che questo tipo di personaggi incontri anche un certo favore. Sapete in chi? In quelli che, non riconoscendosi nel popolino, nella gente comune, nei ‘villani’, vede nei personaggi in questione qualcuno che incarna il loro bisogno, più o meno consapevole, di sentirsi una elité; di appartenere ad una genia elevata, superiore, per casta o censo (o semplicemente perché fa figo) che nulla ha a che fare con gli ignoranti. Con gli ignoranti e con il popolino non c’è speranza, pensano. E si consegnano al tecnico, specie se fresco di parrucchiere, ben vestito, con i tempi televisivi giusti. E non importa se gli fai notare che, se è un medico, ad esempio, passa più tempo in televisione che non nelle corsie di ospedale, dove i medici veri si spaccano la schiena e sudano sangue. No. Non importa se gli fai notare che uno di questi signori ha scritto un libro in cui ci spiega “Perché la scienza non può essere democratica”. Evvivamaria, certo che la scienza non può essere democratica. Se a discutere di coronavirus sono un epidemiologo e un arrotino il secondo tace e impara. Così come se a parlare di infarto sono un cardiologo e un professore di fisica nucleare: il primo spiega, il secondo ascolta. Ma attenzione, a parte questa ovvietà, la scienza è  e deve essere democratica. Nel senso che se a parlare di un tema scientifico come un virus sono due virologi, entrambi hanno uguale diritto di parola. Specie se il tema dibattuto è ancora un terreno prevalentemente sconosciuto. La Scienza, quella vera, non può e non deve essere dogmatica. Quando lo ha fatto, ha creato solo danni, anche molto gravi. Ce lo insegnano grandi epistemologi come Popper, Feyerabend, Kuhn, Prigogine, Morin. Ossia giganti, in confronto ai nani che fanno per adesso passerelle in televisione. È a quei giganti che dovremmo tornare a guardare e, anche e soprattutto, a chi suda sangue nelle corsie degli ospedali. Gli specialisti da salotto televisivo lasciamoli perdere. E ascoltiamo quante più voci possibili della comunità scientifica, non solo quelle che ci propina il mainstream. Se, poi, non stiamo parlando solo di un virus ma di un vero e proprio fenomeno globale, che coinvolge tutti, dico tutti gli aspetti della vita civile, psicologica e sociale dell’Umanità,  allora a parlare e ad essere ascoltati devono essere tutti gli scienziati.  E per tutti intendo appartenenti ad ogni ambito coinvolto: psichiatri e psicologi, pediatri, sociologi, antropologi, economisti, filosofi, operatori della scuola e della formazione, giuristi… L’elenco è lungo. Quella che stiamo vivendo non è solo un’emergenza sanitaria. C’è bisogno di tutte le competenze. Ma quelle vere. Lasciate social, twitter e ospitate televisive a chi vuol fare, prevalentemente, solo quello.









lunedì 2 marzo 2020

Dai bambini il vaccino per la disumanità













Non si può. Non è possibile evitare di analizzare attentamente quanto sta accadendo. Per chi lavora nella Scuola, poi, si tratta di un vero e proprio imperativo categorico. Questa faccenda del Covid 19 ci impone una riflessione seria. E ci obbliga a trasmetterne senso e ricadute pedagogiche all'esterno, sopratutto agli studenti.
Chiariamo: non sono un medico. Non sono quindi in grado di analizzare il fenomeno dal punto di vista sanitario. Per quello mi affido alle fonti ufficiali, al parere degli scienziati (non di uno solo) ai dati statistici, al raffronto tra questa epidemia e altre del presente e del passato. E traggo delle conclusioni. Ma si tratta di conclusioni personali che, quindi, hanno valore soggettivo. Ve le dico ma poi cambio strada: per me si tratta di una simil-influenza, come l'ha definita la dottoressa Ilaria Capua. Un virus influenzale come gli altri, con la differenza che, però, è nuovo, non abbiamo il corrispondente vaccino, è molto contagioso e, potenzialmente, in grado di mettere a dura prova il sistema sanitario, nel caso in cui ci fosse un elevato numero di pazienti che necessitassero della terapia intensiva. Per questo, e solo per questo, le misure precauzionali hanno un senso. Ma non è la peste. Uccide solo che ha già quadri clinici molto problematici (come purtroppo fanno le tradizionali influenze). La stragrande maggioranza della popolazione ne esce con tachipirina e thè caldo. Ma si tratta di quello che penso io, sulla base della mia documentazione. Ergo non ha valore scientifico. Se volete saperne di più il web è pieno di notizie (quanto, poi, queste si trasformino in conoscenza è tutto da vedere, ma tant'è). Stop.
Non si può tacere, però, su altri aspetti. Cristo santo, noi insegniamo ai nostri studenti le conseguenze sociali della peste del '300; leggiamo le splendide pagine che Manzoni ha dedicato all'argomento nei "Promessi sposi" e non solo. Parliamo dei meccanismi atavici che scattano in questo tipo di situazioni (caccia all'untore, paura del prossimo, anestetizzazione della solidarietà, chiusura egoica e così via) col preciso intento di immunizzare le nuove generazioni da tali nefaste dinamiche e poi che facciamo? Ci terrorizziamo, invochiamo la chiusura delle scuole, dei cinema, delle palestre, ci facciamo prendere per il culo da pseudo scienziati capelloni in cerca di notorietà sul web e nei salottini televisivi, stiamo attaccati alla conta dei contagi e delle presunte vittime (e dico presunte perché molti studiosi affermano che si tratti non di morti "per" coronavirus ma "con" coronavirus: è ben diverso...), ci imbamboliamo davanti ad assessori alla sanità e presidenti di regione sull'orlo di una crisi di nervi che sparano cazzate una dietro l'altra, barcamenandosi tra tentativi di legittima strategia precauzionale e slogan demagogici da quattro soldi. Ci facciamo bullizzare da giornalisti che conoscono bene l'atavica dipendenza dalla paura incontrollata e quanto l'allarme sia un formidabile strumento mediatico (eppure basterebbe riflettere un attimo e chiedersi perché - faccio un esempio - la stampa, tendenzialmente, preferisca dire "anche due giovani contagiati nel bergamasco" e non "solo due giovani contagiati nel bergamasco"...)
Siamo alla psicosi. Sfido chiunque a dire il contrario. La Chiesa chiude le acquasantiere e invita i fedeli a scambiarsi il segno di pace 'con moderazione'.  Con moderazione... L'ho sentita con le mie orecchie. Ma che caspita vuol dire 'con moderazione'?! Cos'è, al segno della pace generalmente ci mettiamo a pomiciare? La Chiesa di Gesù Cristo, che abbracciava i lebbrosi, mi dice che devo scambiare il segno di pace 'con moderazione'; e mi dice anche che devo rispettare la distanza precauzionale di un metro (ho letto pure questo, giuro). A breve arriverà l'ostia intinta nell'amuchina, magari. E nel frattempo, in televisione, un medico mi dice che i contatti umani, se non proprio necessari, andrebbero evitati...
Potrei continuare l'elenco di amene bestialità all'infinito (inutili mascherine esaurite pure nei negozi di ferramenta, supermercati presi d'assalto, bar chiusi fino alle 18, ecc.) Mi fermo per pietà. Ribadisco però che dovremmo decisamente invertire la rotta. Decisamente. E non solo per i danni enormi che questa psicosi sta creando e creerà ulteriormente dal punto di vista economico (e qui la mia parte complottistica avrebbe molto da dire...) ma, soprattutto, per i danni sociali e psicologici. Danni irreparabili.
Questo, forse, il vero virus pericoloso. Il virus della disumanizzazione. Una patologia che è potenzialmente sempre presente nell'uomo e che, a guardar bene, circola da tempo, da molto tempo prima del coronavirus.
Ma per quel virus il vaccino esiste già. Si tratta del vaccino del pensiero e della solidarietà sociale, da un lato. E di quello che hanno da insegnarci i bambini, dall'altro. Sì, i bambini. Gli esseri che non conoscono la paura e che per questo, giustamente, vanno protetti e guidati dall'adulto. Loro, che guarda caso sono totalmente risparmiati dal Covid 19, possono questa volta insegnarci qual è la strada giusta. Quella, cioè, di vivere la nostra vita, e basta. Senza inseguire l'ultimo aggiornamento sui contagi, senza guardare ipnoticamente i telegiornali, senza sciacquarsi freneticamente le mani dopo aver stretto quelle di un vicino di casa, senza rinunciare alla nostra umanità. Guardiamo i bambini giocare e cerchiamo di imitarne gioia e sorriso: sarà un vaccino molto efficace.



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