domenica 23 maggio 2021
La Lingua madre della Corelli Jazz Band
lunedì 10 maggio 2021
L’essenzialità del superfluo – di Luciana Apicella e Sara Gandini
L’essenzialità del superfluo – di Luciana Apicella e Sara Gandini
Nei lunghi mesi dell’emergenza sanitaria, accanto alle sacrosante e universalmente condivise disposizioni per arginare il contagio – riassumibili nelle linee guida dell’OMS di distanziamento interpersonale, igiene delle mani, adeguato utilizzo di dispositivi di protezione individuale – sono stati adottati una serie di altri provvedimenti più ascrivibili alla sfera del mandato morale che non a quella dell’efficacia sanitaria, quantificabile e dimostrabile, delle coercizioni stesse, in una logica di progressivo restringimento dell’esistenza allo spazio dell’essenziale. Gli spazi del superfluo, insomma, sono stati progressivamente erosi, in quanto sacrificabili senza – almeno all’apparenza – eccessivi costi, limitando l’esistenza ai movimenti essenziali, tradotti per lo più nel tragitto casa-lavoro-casa. A nulla vale eccepire che gli spazi citati siano poi quelli che si sono dimostrati maggiormente impattanti in termini di diffusione del contagio, coi focolai domestici e lavorativi che rappresentano una fetta importante del totale: a chi voglia enunciare questo dato, ormai ampiamente dimostrato, si controbatte che il virus è stato portato comunque da “fuori”, intendendo con il “fuori” lo spazio della socialità extra-familiare ed extra-lavorativa, superflua, appunto, e anzi colpevolmente orientata alla ricerca del piacere. Nessuno si domanda per quale motivo il movimento dovrebbe essere unidirezionale: chi ha portato il virus in quel “fuori? Il fuori è sempre e comunque colpevole, nessuna possibilità di appello.
Alla medesima sfera etica pertiene, oggi, la querelle sul coprifuoco, accettata come misura da difendere ad ogni costo da una fetta importante di popolazione, anche al di là dell’efficacia sanitaria, della quale raramente viene chiesto conto: lo spazio della sera è lo spazio del superfluo, quindi del sacrificabile, cui peraltro a cascata si sommano una serie di effetti secondari giudicati desiderabili, in un’ottica di decoro: niente più schiamazzi notturni, niente più frotte di giovani per strada, niente più “evasione”, poiché il momento chiede contrizione, rispetto, una sorta di lutto interiore da manifestare sempre e comunque, come simbolo di adesione, e finanche strategia laterale, ma efficace, alla lotta contro il virus. Chi osa manifestare nostalgie di quegli attimi in cui, svestiti gli abiti del lavoro, si entra in una dimensione di tempo differente, fatta di lentezza, condivisione, socialità, svago, viene bollato sbrigativamente con i più fantasiosi epiteti.
Un’interessante convinzione che si è radicata, circa il coprifuoco, è quella che la sua efficacia abbia una sorta di auto-evidenza, che non importa dimostrare, per il fatto che “ce l’hanno tutti”: questo d’altra parte è il messaggio che viene veicolato dalla quasi totalità dei media. Abbiamo voluto fare una ricerca per capire se l’assunto fosse vero, e abbiamo verificato che, dei 27 paesi dell’Unione Europea, 12 hanno adottato la misura del coprifuoco: si stratta, oltre che dell’Italia, di Austria, Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Ungheria. Quindici invece non lo hanno: si tratta di Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Svezia; ad essi si aggiungono, extra UE, Islanda, Liechtenstein, Norvegia. La maggioranza dei paesi europei, dunque, non ha il coprifuoco.
Sgomberato il campo dall’equivoco del mero dato numerico (“il coprifuoco lo hanno tutti, quindi significa che è misura efficace”), siamo volute andare oltre, consce del fatto che la nostra visione del coprifuoco quale strategia insensata, autoritaria e moralistica, molto più che sanitaria, avrebbe potuto determinare un difetto del nostro sguardo, un bias cognitivo, per così dire: abbiamo dunque voluto cercare quali fossero le evidenze scientifiche che riguardano l’efficacia del coprifuoco.
Il primo studio che abbiamo trovato è tedesco (https://www.uni-giessen.de/fbz/fb02/fb/professuren/vwl/goetz/forschung/publikationenordner/arbeitspapiere/Curfews) e valuta le differenze nella crescita dell’incidenza e nel cambiamento di mobilità tra le contee che hanno implementato un coprifuoco notturno durante il periodo di osservazione, e quelli che non lo hanno fatto. Tutti i loro modelli suggeriscono che non ci sono prove di differenze significative nella diffusione della pandemia con l’entrata in vigore dei coprifuoco notturni. Gli autori non hanno trovato prove che i cambiamenti di mobilità differiscano, con il coprifuoco notturno, e non trovano evidenze statisticamente significative che il coprifuoco notturno abbia avuto un impatto sulla diffusione della pandemia.
Uno studio francese mostra che hanno avuto addirittura effetti negativi, incentivando le concentrazioni di persone negli stessi orari
https://www.sciencedirect.com/…/pii/S016344532100044X…
Un lavoro pubblicato recentemente su MedRxiv, quindi non ancora revisionato (peer reviewed), ma presentato dal Corriere della sera come studio a sostegno del coprifuoco, presenta una ricerca condotta da alcune delle maggiori università europee e indica che in 7 paesi europei il coprifuoco notturno sembra avere avuto un effetto moderato, attorno al 13% (la chiusura delle scuole attorno al 7%) ma gli autori specificano che l’effetto stimato non è attribuibile solo al coprifuoco e che non sono stati in grado di separare gli effetti delle singole misure.
In molti paesi stanno discutendo sulle evidenze dell’efficacia del coprifuoco sulla diffusione del virus perché non sono per nulla chiare: https://www.dw.com/…/fact-check-how…/a-57172102
https://www.mcgill.ca/…/covid-19…/do-curfews-work
https://science.thewire.in/…/covid-19-curfew-spread…/
Si tratta di evidenze che rafforzano la convinzione circa l’esistenza di una sorta di frame narrativo all’interno del quale ogni misura coercitiva e costrittiva degli spazi del superfluo abbia efficacia in sé, in quanto colpisce tutto ciò che esula dal perimetro della legittimità morale (la casa, il lavoro) e che diventa pertanto sacrificabile in nome del supremo interesse della salute. Un’osservazione che trova conferma in un recente studio (https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0022103120304248?fbclid=IwAR2lFREtgiHFUIZ2Fp8LaC-GPL1KGUzvg-NlcxxnpC3TuLzEh3gLFmFJPGk#bb0295) che mostra come l’approccio moralistico agli sforzi di contenimento del virus basati sulla salute (cioè, per ridurre i decessi e le malattie da Covid-19, o eliminare il virus) ha generato asimmetrie percettive nella valutazione dei costi umani. Gli autori hanno mostrato che gli sforzi per controllare o eliminare Covid19 siano intrisi di moralità, portando però gli individui ad accettarlo senza alcun indugio, mettendo da parte o trascurando totalmente i potenziali costi collaterali di tali sforzi, che pure esistono e sono dimostrati dall’ampia letteratura disponibile: dal mancato accesso alle cure o agli screening per altre malattie – tradotti in eccesso di mortalità per cause non Covid – a un disagio psicologico e psichico che si diffonde, colpendo con maggior intensità alcune fasce di popolazione, come per esempio i giovani e giovanissimi.
È tempo dunque di uscire da un orizzonte di senso che vede nell’approccio autoritario ed eticamente orientato l’unica possibilità di gestione della crisi pandemica, o peggio che riduce la stessa a una contrapposizione partitica e ideologica. Riaffermare l’essenzialità del superfluo, tornando all’assunto di partenza, significa volersi rifare alla definizione, mai spesso evidenziata quanto meriterebbe, che di salute dà l’Organizzazione Mondiale della Sanità come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”. La vita relazionale, la cultura, l’arte, lo sport, sono cruciali nel concorrere alla piena espressione dello stato di salute così inteso. E soprattutto nel momento in cui un vaccino efficace diventa ampiamente disponibile, i costi umani derivanti dalle strategie di eliminazione del Covid-19, come i “morti per disperazione”, possono superare gli effetti diretti sulla salute del Covid-19, ed è ora che se ne cominci a parlare.
Immagine: Luna Minor, Nostalgia dell'inutile
sabato 13 febbraio 2021
Cento idee per crescere
sabato 19 dicembre 2020
I nostri figli al tempo del coronavirus
È molto chiaro Massimo Ammaniti nel suo E poi, i bambini. I nostri figli al tempo del coronavirus (Solferino, Milano 2020). Una pubblicazione che si apre affermando che la scarsa attenzione nei confronti dei più piccoli, in Italia, non è una novità portata dal virus:
"La rimozione dei bisogni dei bambini non è una novità, purtroppo […]. Va anche aggiunto che nella nostra società ogni anno si riduce il numero di nascite, per cui assistiamo sul piano demografico a una piramide capovolta, in cui gli anziani – che si trovano alla base – sono molto più numerosi dei bambini. E questa riduzione sociale del peso dell’infanzia contrasta con l’atteggiamento dei genitori che vezzeggiano i figli e spesso li viziano" (pp. 11-12)
Dunque per Ammaniti (psicoanalista, professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo presso la facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università di Roma e membro della International Psychoanalytical Association) la scarsa attenzione riservata ai più piccoli è il frutto di un processo (come del resto noterà qualche mese dopo anche il pedagogista Daniele Novara). Un processo, per molti versi, tipicamente italiano, dal momento che il nostro Paese, alle prese con l’emergenza sanitaria, è stato il primo a chiudere le scuole e l’ultimo a riaprirle, durante la prima ‘ondata’, e che ha continuato a pianificare chiusure e restrizioni per le istituzioni scolastiche anche in seguito; il tutto mentre in quasi tutti gli altri Stati europei, le scuole continuavano a restare aperte, anche a fronte, talora, di una curva epidemiologica più preoccupante di quella che si registrava in Italia. Per non parlare del fatto che persino in Cina, all’inizio dell’epidemia, un gruppo di pediatri pubblicava su “Lancet” un appello in cui si affermava che
"La condizione di restrizione può essere dannosa per la salute mentale e fisica dei bambini e degli adolescenti e può comportare conseguenze durature sul loro sviluppo, con la comparsa di sintomi post-traumatici, perciò quel gruppo di pediatri si rivolge al governo cinese e alle famiglie sollecitandoli a prestare una maggiore attenzione ai problemi dei più piccoli, a favorirne l’attività fisica, a far loro osservare una dieta equilibrata, un sonno regolare, oltre a tutte le misure igieniche del caso" (p. 51).
Interessante è poi quanto afferma Ammaniti a proposito degli adolescenti. Questi, contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, hanno spesso reagito alle restrizioni con passività e accettazione diffusa; anche con rassegnazione, talora. In particolare,
"[…] si è verificata fra i ragazzi una strana reazione che definirei “effetto gregge psicologico”: siccome tutti subiscono questa situazione, e quindi anche gli amici e gli altri coetanei non escono o escono eccezionalmente dalla propria abitazione, viene meno la motivazione a farlo, anche perché non si incontrerebbe nessuno. In casa gli adolescenti passano gran parte del tempo chiusi nella loro stanza, da cui escono solo per pranzo e cena. Ma a volte, addirittura, si riempiono il piatto e tornano subito lì." (p. 62).
Se la prima parte della citazione sottolinea uno stato di apatia indotta estremamente pericoloso, il secondo testimonia un processo che chi conosce la psicologia dell’età evolutiva si aspettava accadesse. Gli adolescenti, infatti, vivono il sacrosanto bisogno di autonomia e distacco dalla famiglia tipico della loro età: le restrizioni e l’assenza della scuola – e di tutto il sistema di relazioni che ruota intorno ad essa – ha invece cortocircuitato tale processo. Di conseguenza, pur di sfuggire a un passato di dipendenza dai genitori dal quale intendono – ripeto, giustamente – liberarsi, si rifugiano nella propria stanza, ossia nell’ultimo rifugio in cui cancellare questa regressione.
In ogni caso, quello che essi stanno sperimentando è un terribile senso di perdita.
Critico, ovviamente, è Ammaniti anche nei confronti della didattica on line, in quanto essa risulta poco efficace e difficile da attuare per la prima fascia scolare e perché, per i ragazzi più grandi,
"[…] se la lezione è già di per sé poco motivante per molti degli studenti più adulti , quella on line è ancora meno stimolante e più difficile da seguire". (p. 81).
E ciò nonostante gli sforzi di molti docenti, che hanno spesso utilizzato registri comunicativi diversi da quelli tradizionali, magari puntando, opportunamente, sull’intelligenza emotiva di cui parla Daniel Goleman.
Ovviamente, però, si è trattato – e si tratterà sempre – di misure insufficienti a restituire una sana, autentica relazionalità didattica, che della presenza e dei ‘corpi’, di docenti e alunni, non potrà mai fare a meno.
domenica 6 dicembre 2020
I bambini sono sempre gli ultimi
È un libro prezioso e illuminante, quello di Daniele Novara. Un testo che arriva in un momento storico nel quale l’infanzia e l’adolescenza rischiano seriamente di essere tra i principali ambiti colpiti dagli effetti collaterali dell’emergenza sanitaria. I bambini sono sempre gli ultimi. Come le istituzioni si stanno dimenticando del nostro futuro, (Rizzoli, Milano 2020), si apre affermando chiaramente che "nel nostro Paese i bambini sono stati – ingiustamente – accusati di essere degli «untori»" (p. 9) Un termine vergognoso e vergognosamente abusato dai media – talora anche da alcuni medici – che ha portato quasi subito, tra febbraio e marzo 2020, a chiudere le Scuole; perché, "Se i bambini sono untori bisogna agire. E subito. Chiudendo le scuole di ogni ordine e grado. Sine die. La storia dei «bambini-untori», visti anche un po’ come delle schegge impazzite impossibili da tenere a bada, si incunea profondamente nell’opinione pubblica e nell’informazione, senza essere scardinata dalle ricerche sia scientifiche che empiriche che continuano a essere diramate e che scagionano i piccoli da questa drammatica responsabilità che insinua il dubbio che siano addirittura loro gli artefici dello sterminio degli anziani. A più riprese, si supplicano i nonni di non avvicinarsi ai bambini, di non occuparsene più, perché ne va della loro stessa sopravvivenza. Tutto questo senza uno straccio di prova, ma sulla base del solito drammatico meccanismo del capro espiatorio di manzoniana memoria" (p. 12)
domenica 18 ottobre 2020
Inaugurata la centesima stagione della Filarmonica Laudamo
martedì 4 agosto 2020
Bernard-Henri Lévy e il virus che rende folli
Il ritorno e il «folle volo». L’Odissea di Christopher Nolan tra Omero, Dante e Cacciari
Ogni nuova rappresentazione di Odisseo è costretta, consapevolmente o meno, a prendere posizione di fronte a Dante. Dopo il canto XXVI del...
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Non è semplicemente un romanzo quello di Sara Zurletti. Certo, è vero: in K. 488 (titolo che rimanda ad uno dei più famosi concerti per pi...
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