Il suono dell'anima

domenica 23 maggio 2021

La Lingua madre della Corelli Jazz Band


La formazione messinese ospite della Filarmonica Laudamo  al Teatro Vittorio Emanuele


Ripartono col piede giusto i concerti dal vivo della Filarmonica Laudamo di Messina. Nell’anno in cui taglia il prestigioso traguardo delle cento stagioni, il sodalizio peloritano ha dovuto fronteggiare, come tutti gli operatori della cultura e dello spettacolo, mesi difficili di chiusure ed eventi in streaming, a causa dell’emergenza sanitaria. C’era dunque grande attesa per il concerto della “Corelli Jazz Band”, che è salita sul palco del Teatro Vittorio Emanuele (coproduttore dell’evento insieme al Conservatorio di Messina). A dirigere la compagine musicale, nata nel 2012 in seno al dipartimento di musica jazz del Conservatorio “Corelli”, le esperte mani di Giovanni Mazzarino. La band si è resa protagonista di un’ottima performance, dimostrando di muoversi perfettamente a suo agio nel repertorio proposto (brani, nell’ordine di presentazione, di Steve Swallow, Enrico Pieranunzi, Gerorge Gershwin, Gianni Basso, Giovanni Mazzarino, Richard Rodgers, Dizzy Gillespie, Victori Young, Jimmy McHugh e Jerome Kern). Anzi, l’impressione che i musicisti hanno dato è stata quella di parlare una sorta di lingua madre; e, in quanto tale, di sciorinarla con naturalezza e proprietà di linguaggio, sia stilistica che espressiva. Sembrava che non vedessero l’ora di parlarla questa lingua e di comunicare in presenza con il pubblico. Su quest’ultima impressione, confesso, non so quanto incidano le proiezioni personali dell’autore di queste brevi note e i suoi desideri di assistere finalmente a un concerto dopo tanto tempo. Sono certo, però, che si è trattato di emozioni ed aspettative condivise con il pubblico e con i responsabili della Filarmonica Laudamo, che a questa ripresa hanno dedicato uno sforzo enorme. 
Convincenti, quindi, le esecuzioni della Corelli Jazz band: trascinante nei brani in cui è lo swing a farla da padrone ma anche attenta agli equilibri sonori e alle sfumature agogiche in quelli più espressivamente delicati. Bravi tutti i musicisti, ottimamente guidati da Mazzarino (del quale è evidente il robusto lavoro di concertazione), anche se meritano una menzione speciale le due cantanti Rossella D’Andrea e Floriana Papa, che hanno messo in mostra ottima sensibilità e voce coinvolgente in due dei pezzi protagonisti della serata (“Bewitched” e “I can’t give you anithing but love”), e il sassofonista Orazio Maugeri, splendido solista in My foolish heart”. 
Applausi convinti del pubblico, al termine, e richieste, accontentate, di fuoriprogramma.
alle maggio 23, 2021 Nessun commento:
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lunedì 10 maggio 2021

L’essenzialità del superfluo – di Luciana Apicella e Sara Gandini

  

L’essenzialità del superfluo – di Luciana Apicella e Sara Gandini



Quando comincio un corso di filosofia per il triennio delle superiori, una delle prime cose che dico ai ragazzi è che la filosofia non serve a nulla. Si tratta, ovviamente, di una provocazione. L'intento è infatti quello di sottolineare il valore formativo della riflessione critica, sganciata da qualsiasi utilità 'pratica', nel senso superficiale del termine. 
Pensavo a questa cosa mentre leggevo l'interessantissimo contributo scritto da Luciana Apicella e Sara Gandini che mi permetto di riportare di seguito. Anch'esso sottolinea l'importanza - anzi, l'essenzialità appunto - di ciò che generalmente viene indicato come 'superfluo'. E non è un caso, credo, se l'attuale tessuto sociale di molti Paesi occidentali (Italia in primis) - così povero e bisognoso di filosofia - sia diventato un terreno di coltura ideale per l'atteggiamento paternalistico e autoritario dei Governi che hanno gestito e stanno gestendo l'emergenza sanitaria. Ne è un esempio lampante il 'coprifuoco', alla cui valenza simbolica sono rivolte le attenzioni di Apicella e Gandini. Con una parola non a caso tratta dalla terminologia bellica - e sappiamo quanto male abbia fatto e continua a fare in questi mesi l'utilizzo della metafora della guerra per la lotta al Virus - si vuole infatti sottolineare un aspetto che va al di là della presunta utilità (le autrici lo dimostrano anche con precisi riferimenti bibliografici) del coprifuoco stesso ai fini del contenimento del contagio. La misura assume invece il volto di una sorta di monito moralistico: un invito a 'tenere il lutto', da un lato (della serie: ci sono i morti, cosa vai a festeggiare e bivaccare di sera?) e, dall'altro - soprattutto - di eliminare il 'superfluo' dall'orizzonte delle nostre esistenze. Se, poi, i dati mostrano chiaramente che i contagi avvengono principalmente in contesti estranei al 'superfluo' stesso (lavoro e famiglia) poco importa: l'importante è eliminare il 'superfluo'. Purtroppo, però, l'uomo è tale, ad esempio nel suo differenziarsi dall'animale, proprio perché fa cose 'inutili'. La filosofia, ad esempio. Ma anche l'arte, che giustamente Oscar Wilde considerava, facendole un complimento, "completamente inutile". E come sottolineano da più di un anno voci autorevoli, ad esempio quella di Giorgio Agamben, ridurre le nostre esistenze alla semplice difesa del bios è una cosa aberrante e gravida di conseguenze nefaste. Siamo forse ancora in tempo ad evitarle. Ammesso che se ne parli sempre più.  




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Nei lunghi mesi dell’emergenza sanitaria, accanto alle sacrosante e universalmente condivise disposizioni per arginare il contagio – riassumibili nelle linee guida dell’OMS di distanziamento interpersonale, igiene delle mani, adeguato utilizzo di dispositivi di protezione individuale – sono stati adottati una serie di altri provvedimenti più ascrivibili alla sfera del mandato morale che non a quella dell’efficacia sanitaria, quantificabile e dimostrabile, delle coercizioni stesse, in una logica di progressivo restringimento dell’esistenza allo spazio dell’essenziale. Gli spazi del superfluo, insomma, sono stati progressivamente erosi, in quanto sacrificabili senza – almeno all’apparenza – eccessivi costi, limitando l’esistenza ai movimenti essenziali, tradotti per lo più nel tragitto casa-lavoro-casa. A nulla vale eccepire che gli spazi citati siano poi quelli che si sono dimostrati maggiormente impattanti in termini di diffusione del contagio, coi focolai domestici e lavorativi che rappresentano una fetta importante del totale: a chi voglia enunciare questo dato, ormai ampiamente dimostrato, si controbatte che il virus è stato portato comunque da “fuori”, intendendo con il “fuori” lo spazio della socialità extra-familiare ed extra-lavorativa, superflua, appunto, e anzi colpevolmente orientata alla ricerca del piacere. Nessuno si domanda per quale motivo il movimento dovrebbe essere unidirezionale: chi ha portato il virus in quel “fuori? Il fuori è sempre e comunque colpevole, nessuna possibilità di appello.

Alla medesima sfera etica pertiene, oggi, la querelle sul coprifuoco, accettata come misura da difendere ad ogni costo da una fetta importante di popolazione, anche al di là dell’efficacia sanitaria, della quale raramente viene chiesto conto: lo spazio della sera è lo spazio del superfluo, quindi del sacrificabile, cui peraltro a cascata si sommano una serie di effetti secondari giudicati desiderabili, in un’ottica di decoro: niente più schiamazzi notturni, niente più frotte di giovani per strada, niente più “evasione”, poiché il momento chiede contrizione, rispetto, una sorta di lutto interiore da manifestare sempre e comunque, come simbolo di adesione, e finanche strategia laterale, ma efficace,  alla lotta contro il virus. Chi osa manifestare nostalgie di quegli attimi in cui, svestiti gli abiti del lavoro, si entra in una dimensione di tempo differente, fatta di lentezza, condivisione, socialità, svago, viene bollato sbrigativamente con i più fantasiosi epiteti.

Un’interessante convinzione che si è radicata, circa il coprifuoco, è quella che la sua efficacia abbia una sorta di auto-evidenza, che non importa dimostrare, per il fatto che “ce l’hanno tutti”: questo d’altra parte è il messaggio che viene veicolato dalla quasi totalità dei media. Abbiamo voluto fare una ricerca per capire se l’assunto fosse vero, e abbiamo verificato che, dei 27 paesi dell’Unione Europea, 12 hanno adottato la misura del coprifuoco: si stratta, oltre che dell’Italia, di Austria, Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Ungheria. Quindici invece non lo hanno: si tratta di Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Svezia; ad essi si aggiungono, extra UE, Islanda, Liechtenstein, Norvegia. La maggioranza dei paesi europei, dunque, non ha il coprifuoco.

Sgomberato il campo dall’equivoco del mero dato numerico (“il coprifuoco lo hanno tutti, quindi significa che è misura efficace”), siamo volute andare oltre, consce del fatto che la nostra visione del coprifuoco quale strategia insensata, autoritaria e moralistica, molto più che sanitaria, avrebbe potuto determinare un difetto del nostro sguardo, un bias cognitivo, per così dire: abbiamo dunque voluto cercare quali fossero le evidenze scientifiche che riguardano l’efficacia del coprifuoco.

Il primo studio che abbiamo trovato è tedesco (https://www.uni-giessen.de/fbz/fb02/fb/professuren/vwl/goetz/forschung/publikationenordner/arbeitspapiere/Curfews) e valuta le differenze nella crescita dell’incidenza e nel cambiamento di mobilità tra le contee che hanno implementato un coprifuoco notturno durante il periodo di osservazione, e quelli che non lo hanno fatto. Tutti i loro modelli suggeriscono che non ci sono prove di differenze significative nella diffusione della pandemia con l’entrata in vigore dei coprifuoco notturni. Gli autori non hanno trovato prove che i cambiamenti di mobilità differiscano, con il coprifuoco notturno, e non trovano evidenze statisticamente significative che il coprifuoco notturno abbia avuto un impatto sulla diffusione della pandemia.

Uno studio francese mostra che hanno avuto addirittura effetti negativi, incentivando le concentrazioni di persone negli stessi orari

https://www.sciencedirect.com/…/pii/S016344532100044X…

Un lavoro pubblicato recentemente su MedRxiv, quindi non ancora revisionato (peer reviewed), ma presentato dal Corriere della sera come studio a sostegno del coprifuoco, presenta una ricerca condotta da alcune delle maggiori università europee e indica che in 7 paesi europei il coprifuoco notturno sembra avere avuto un effetto moderato, attorno al 13% (la chiusura delle scuole attorno al 7%) ma gli autori specificano che l’effetto stimato non è attribuibile solo al coprifuoco e che non sono stati in grado di separare gli effetti delle singole misure.

In molti paesi stanno discutendo sulle evidenze dell’efficacia del coprifuoco sulla diffusione del virus perché non sono per nulla chiare: https://www.dw.com/…/fact-check-how…/a-57172102

https://www.mcgill.ca/…/covid-19…/do-curfews-work

https://science.thewire.in/…/covid-19-curfew-spread…/

Si tratta di evidenze che rafforzano la convinzione circa l’esistenza di una sorta di frame narrativo all’interno del quale ogni misura coercitiva e costrittiva degli spazi del superfluo abbia efficacia in sé, in quanto colpisce tutto ciò che esula dal perimetro della legittimità morale (la casa, il lavoro) e che diventa pertanto sacrificabile in nome del supremo interesse della salute. Un’osservazione che trova conferma in un recente studio (https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0022103120304248?fbclid=IwAR2lFREtgiHFUIZ2Fp8LaC-GPL1KGUzvg-NlcxxnpC3TuLzEh3gLFmFJPGk#bb0295) che mostra come l’approccio moralistico agli sforzi di contenimento del virus basati sulla salute (cioè, per ridurre i decessi e le malattie da Covid-19, o eliminare il virus) ha generato asimmetrie percettive nella valutazione dei costi umani.  Gli autori hanno mostrato che gli sforzi per controllare o eliminare Covid19 siano intrisi di moralità, portando però gli individui ad accettarlo senza alcun indugio, mettendo da parte o trascurando totalmente i potenziali costi collaterali di tali sforzi, che pure esistono e sono dimostrati dall’ampia letteratura disponibile: dal mancato accesso alle cure o agli screening per altre malattie – tradotti in eccesso di mortalità per cause non Covid – a un disagio psicologico e psichico che si diffonde, colpendo con maggior intensità alcune fasce di popolazione, come per esempio i giovani e giovanissimi.

È tempo dunque di uscire da un orizzonte di senso che vede nell’approccio autoritario ed eticamente orientato l’unica possibilità di gestione della crisi pandemica, o peggio che riduce la stessa a una contrapposizione partitica e ideologica. Riaffermare l’essenzialità del superfluo, tornando all’assunto di partenza, significa volersi rifare alla definizione, mai spesso evidenziata quanto meriterebbe, che di salute dà l’Organizzazione Mondiale della Sanità come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”. La vita relazionale, la cultura, l’arte, lo sport, sono cruciali nel concorrere alla piena espressione dello stato di salute così inteso. E soprattutto nel momento in cui un vaccino efficace diventa ampiamente disponibile, i costi umani derivanti dalle strategie di eliminazione del Covid-19, come i “morti per disperazione”, possono superare gli effetti diretti sulla salute del Covid-19, ed è ora che se ne cominci a parlare.



Immagine: Luna Minor, Nostalgia dell'inutile

alle maggio 10, 2021 Nessun commento:
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sabato 13 febbraio 2021

Cento idee per crescere

 


È un libro che tutti i genitori di bimbi piccoli – o che si apprestano ad esserlo – dovrebbero leggere. Cento idee per crescere, infatti, accompagna il lettore lungo un itinerario virtuoso, fatto di consapevolezza scientifica e attenzione affettiva nei confronti dei più piccoli, dalla culla alla prima infanzia. Gli autori Chiara Borgia e Sergio Conti Nibali, rispettivamente una pedagogista e un pediatra, toccano tutti i delicati punti del processo educativo con una chiarezza e una sintesi mirabili, offrendo non, si badi bene, ricette semplicistiche e sbrigative, ma approcci complessi e al tempo stesso naturali riguardanti il rapporto con i più piccoli. Ne viene fuori un manifesto, come affermano Borgia e Conti Nibali, contenuto in un testo, pubblicato per i tipi di Uppa Edizioni, nato “con l’obiettivo di raccogliere le 100 idee più peculiari, più caratteristiche, più importanti del progetto di Uppa”. Della rivista specializzata cioè, di cui i due autori sono vice-direttrice e direttore, che costituisce ormai da anni un punto di riferimento molto importante in ambito pediatrico e pedagogico. 
Si va dunque dallo svezzamento all’importanza dell’ambiente, passando dalle virtù dell’allattamento, del gioco, del tempo trascorso con i bambini, del contatto pelle a pelle, della centralità dello sguardo, dell’esperienza basata sul piacere e molto, molto altro, ovviamente. 
Il libro, inoltre, è presentato nella duplice veste italiana e inglese (stesso contenuto nella medesima pagina) per favorire la sua fruizione anche da parte di genitori stranieri che abitano in Italia – e che, magari, sono alle prese con il già difficile processo di integrazione – o di altre famiglie che possano essere da essi contattate, dopo la lettura del testo.
alle febbraio 13, 2021 Nessun commento:
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sabato 19 dicembre 2020

I nostri figli al tempo del coronavirus

 


È molto chiaro Massimo Ammaniti nel suo E poi, i bambini. I nostri figli al tempo del coronavirus (Solferino, Milano 2020).  Una pubblicazione che si apre affermando che la scarsa attenzione nei confronti dei più piccoli, in Italia, non è una novità portata dal virus:

"La rimozione dei bisogni dei bambini non è una novità, purtroppo […]. Va anche aggiunto che nella nostra società ogni anno si riduce il numero di nascite, per cui assistiamo sul piano demografico a una piramide capovolta, in cui gli anziani – che si trovano alla base – sono molto più numerosi dei bambini. E questa riduzione sociale del peso dell’infanzia contrasta con l’atteggiamento dei genitori che vezzeggiano i figli e spesso li viziano" (pp. 11-12)

Dunque per Ammaniti (psicoanalista, professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo presso la facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università di Roma e membro della International Psychoanalytical Association) la scarsa attenzione riservata ai più piccoli è il frutto di un processo (come del resto noterà qualche mese dopo anche il pedagogista Daniele Novara). Un processo, per molti versi, tipicamente italiano, dal momento che il nostro Paese, alle prese con l’emergenza sanitaria, è stato il primo a chiudere le scuole e l’ultimo a riaprirle, durante la prima ‘ondata’, e che ha continuato a pianificare chiusure e restrizioni per le istituzioni scolastiche anche in seguito; il tutto mentre in quasi tutti gli altri Stati europei, le scuole continuavano a restare aperte, anche a fronte, talora, di una curva epidemiologica più preoccupante di quella che si registrava in Italia. Per non parlare del fatto che persino in Cina, all’inizio dell’epidemia, un gruppo di pediatri pubblicava su “Lancet” un appello in cui si affermava che

"La condizione di restrizione può essere dannosa per la salute mentale e fisica dei bambini e degli adolescenti e può comportare conseguenze durature sul loro sviluppo, con la comparsa di sintomi post-traumatici, perciò quel gruppo di pediatri si rivolge al governo cinese e alle famiglie sollecitandoli a prestare una maggiore attenzione ai problemi dei più piccoli, a favorirne l’attività fisica, a far loro osservare una dieta equilibrata, un sonno regolare, oltre a tutte le misure igieniche del caso" (p. 51).

Interessante è poi quanto afferma Ammaniti a proposito degli adolescenti. Questi, contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, hanno spesso reagito alle restrizioni con passività e accettazione diffusa; anche con rassegnazione, talora. In particolare,

"[…] si è verificata fra i ragazzi una strana reazione che definirei “effetto gregge psicologico”: siccome tutti subiscono questa situazione, e quindi anche gli amici e gli altri coetanei non escono o escono eccezionalmente dalla propria abitazione, viene meno la motivazione a farlo, anche perché non si incontrerebbe nessuno. In casa gli adolescenti passano gran parte del tempo chiusi nella loro stanza, da cui escono solo per pranzo e cena. Ma a volte, addirittura, si riempiono il piatto e tornano subito lì." (p. 62).

Se la prima parte della citazione sottolinea uno stato di apatia indotta estremamente pericoloso, il secondo testimonia un processo che chi conosce la psicologia dell’età evolutiva si aspettava accadesse. Gli adolescenti, infatti, vivono il sacrosanto bisogno di autonomia e distacco dalla famiglia tipico della loro età: le restrizioni e l’assenza della scuola – e di tutto il sistema di relazioni che ruota intorno ad essa – ha invece cortocircuitato tale processo. Di conseguenza, pur di sfuggire a un passato di dipendenza dai genitori dal quale intendono – ripeto, giustamente – liberarsi, si rifugiano nella propria stanza, ossia nell’ultimo rifugio in cui cancellare questa regressione.

In ogni caso, quello che essi stanno sperimentando è un terribile senso di perdita. 

Critico, ovviamente, è Ammaniti anche nei confronti della didattica on line, in quanto essa risulta poco efficace e difficile da attuare per la prima fascia scolare e perché, per i ragazzi più grandi, 

"[…] se la lezione è già di per sé poco motivante per molti degli studenti più adulti , quella on line è ancora meno stimolante e più difficile da seguire". (p. 81).

E ciò nonostante gli sforzi di molti docenti, che hanno spesso utilizzato registri comunicativi diversi da quelli tradizionali, magari puntando, opportunamente,  sull’intelligenza emotiva di cui parla Daniel Goleman.

Ovviamente, però, si è trattato – e si tratterà sempre – di misure insufficienti a restituire una sana, autentica relazionalità didattica, che della presenza e dei ‘corpi’, di docenti e alunni, non potrà mai fare a meno.







alle dicembre 19, 2020 Nessun commento:
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domenica 6 dicembre 2020

I bambini sono sempre gli ultimi



È un libro prezioso e illuminante, quello di Daniele Novara. Un testo che arriva in un momento storico nel quale l’infanzia e l’adolescenza rischiano seriamente di essere tra i principali ambiti colpiti dagli effetti collaterali dell’emergenza sanitaria. I bambini sono sempre gli ultimi. Come le istituzioni si stanno dimenticando del nostro futuro, (Rizzoli, Milano 2020), si apre affermando chiaramente che "nel nostro Paese i bambini sono stati – ingiustamente – accusati di essere degli «untori»" (p. 9) Un termine vergognoso e vergognosamente abusato dai media – talora anche da alcuni medici – che ha portato quasi subito, tra febbraio e marzo 2020, a chiudere le Scuole; perché, "Se i bambini sono untori bisogna agire. E subito. Chiudendo le scuole di ogni ordine e grado. Sine die. La storia dei «bambini-untori», visti anche un po’ come delle schegge impazzite impossibili da tenere a bada, si incunea profondamente nell’opinione pubblica e nell’informazione, senza essere scardinata dalle ricerche sia scientifiche che empiriche che continuano a essere diramate e che scagionano i piccoli da questa drammatica responsabilità che insinua il dubbio che siano addirittura loro gli artefici dello sterminio degli anziani. A più riprese, si supplicano i nonni di non avvicinarsi ai bambini, di non occuparsene più, perché ne va della loro stessa sopravvivenza. Tutto questo senza uno straccio di prova, ma sulla base del solito drammatico meccanismo del capro espiatorio di manzoniana memoria" (p. 12)

 Le scuole quindi si sono chiuse, ricorda Novara, ma si sono chiuse anche le porte di casa per i più piccoli, mentre i cani, quelli sì, potevano essere tranquillamente portati fuori a passeggiare e fare i bisogni. Una scelta cui il Governo ha poi cercato di porre rimedio, senza peraltro evitare che sindaci e governatori-sceriffi, qua è là nel Paese, impedissero che i genitori uscissero di casa con i figli (per non parlare, nuovamente, del clima di odio che spesso si scatenava dal balcone nei loro confronti). Non è un caso che la pubblicità in televisione, tra marzo e aprile, abbia quasi dimenticato i giocattoli per lasciare spazio ai prodotti per gli amici a quattro zampe. È interessante, però, quello che fa notare Novara a proposito del fatto che a questa deprivazione degli spazi dei bambini, nel nostro Paese, si sia arrivati gradualmente e attraverso un processo che parte più o meno dagli anni Ottanta dello scorso secolo. Un processo che ha visto ad esempio scomparire i ragazzini dalle strade, dai cortili, dagli androni delle scale, dalle pozzanghere… in nome di una via via crescente idea di sicurezza che, invece, si è rivelata nefasta per coloro i quali credeva e crede di proteggere. Una cosa che, per l’autore, avrebbe comportato una "mutazione antropologica narcisistica che spinge all’iperprotezione, alla conservazione dei bambini" (p. 38). 

 Un processo che viene da lontano, dunque, e che passa anche attraverso un sempre minore contatto con la natura e con i rischi ‘salutari’, sul piano della crescita, che esso comporta, o anche attraverso la quasi scomparsa dei gruppi infantili di ‘pari’, che hanno rappresentato per secoli una modalità preziosa di confronto, scambio, negoziazione, sviluppo personale per i bambini. Per non parlare delle politiche sbagliate sulla Scuola, della scarsa attenzione al problema della diminuzione delle nascite, delle disfunzioni crescenti nel rapporto genitore-figli. Novara, insomma, ci descrive un processo di deterioramento nell’attenzione verso i bambini, sempre più dimenticati. Un atteggiamento pericoloso, al quale bisognerebbe rispondere con la consapevolezza che  "Quando un’intera comunità prende sul serio le proprie responsabilità educative, quando investe nella scuola e nell’infanzia, allora sta creando le basi per future generazioni di ragazzi e poi adulti capaci, equilibrati, responsabili. Da qui possono nascere le cittadinanze consapevoli. Non più cittadini semplicemente perché informati riguardo la Costituzione, le leggi, i diritti e i doveri; non più adulti che aderiscono in modo meccanico alle regole sociali oppure ai rituali politici ed elettorali. Ma un nuovo profilo di cittadino, che sa essere competente nelle situazioni critiche, nei conflitti così come nei semplici litigi" (p. 145). 

 E una cosa del genere può avvenire solo se si verifica quello che Novara considera una sorta di patto tra le generazioni, in forza del quale gli adulti di oggi si impegnano per lasciare a chi sarà adulto domani un mondo migliore. È sempre stato così, nel mondo moderno. A mo’ di esempio, l’autore cita l’obiezione di coscienza per il servizio militare, introdotta nel 1972, a più di venticinque anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: un passaggio importante, con cui la generazione che aveva vissuto la tragedia del conflitto dava ai giovani una possibilità che essa non aveva avuto. Tuttavia, "Questo passaggio di consegne intergenealogico inconscio è oggi profondamente inceppato dalla mutazione antropologica narcisistica verificatasi tra gli anni Settanta e Novanta. Lo spirito di sacrificio, che è insito nella prospettiva educativa fra le generazioni, è minacciato dal desiderio narcisistico di assolutezza personale, di autoreferenzialità totale, ovvero dall’idea che il genitore basti assolutamente a se stesso e non abbia bisogno dei figli, e che quindi il suo desiderio nei loro confronti non sia necessario, se non nei termini narcisistici che vorrebbero mantenere i figli all’interno del solco che gli stessi genitori hanno tracciato. (pp. 148-149). 

 La scarsa attenzione nei confronti dei più piccoli e delle nuove generazioni registrata durante l’emergenza sanitaria, dunque, è il frutto di un percorso sbagliato iniziato almeno tre decenni fa e che ha trovato, nell’epidemia, un terreno fertile per germogliare ulteriormente, e drammaticamente. È questo che ha permesso e continua a permettere che tantissimi si siano schierati, e si schierino ancora "contro ogni forma di riapertura, senza proporre soluzioni alternative accettabili. La didattica a distanza, ovvero la scuola dietro a un monitor, non consentendo la formazione di una vera comunità di apprendimento che permetta il confronto in carne e ossa (l’assenza dei corpi impedisce quell’osmosi sociale alla base di tutti gli apprendimenti scolastici), non può essere la soluzione ai tanti dilemmi sulla scuola, vista sempre, negli ultimi decenni, come fonte non di crescita e sviluppo sociale, ma di spreco di risorse economiche. Tant’è che, ogni volta che era necessario tagliare qualcosa nel nostro Paese, ecco che si cercava di farlo proprio nell’ambiente scolastico, ritrovandosi poi con una spesa a favore dell’istruzione tra le più basse, non solo dei Paesi OCSE, ma addirittura del mondo […]. Per comprendere le conseguenze della decisione di non riaprire le scuole, basti pensare ai piccoli dai 3 ai 6 anni, che hanno bisogno della Scuola dell’Infanzia in maniera indispensabile perché è lì che si gioca la loro possibilità di crearsi un primo attaccamento e un primo imprinting sociale: stando con gli altri compagni, vivendo le prime frustrazioni sociali all’interno di un contesto educativo gestito da personale preparato" (p. 19). 

L’augurio è che voci come quella di Novara siano sempre più ascoltate, per questa e per altre emergenze sanitarie che dovessero arrivare in futuro. E anche fuori da esse.
alle dicembre 06, 2020 Nessun commento:
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domenica 18 ottobre 2020

Inaugurata la centesima stagione della Filarmonica Laudamo

 

Taglia un traguardo prestigioso la Filarmonica Laudamo di Messina, inaugurando la sua centesima stagione concertistica. E lo fa nel migliore dei modi, con una splendida serata al Teatro Vittorio Emanuele. Sul palco l’Orchestra Sinfonica Siciliana, diretta da Claude Villaret, e il pianista Bertrand Chamayou. Il programma prevedeva, in apertura, la Sinfonia dall’opera La Ricciarda di Antonio Laudamo. Una scelta ovviamente non casuale, perché si tratta del brano iniziale del concerto inaugurale della prima stagione del sodalizio peloritano, tenutosi il 19 agosto 1921 nel Salone dell’Esposizione dell’Edilizia, in via Natoli. A seguire, l’Ouverture Leonora n. 3 in do maggiore op. 72b e il Concerto per pianoforte e orchestra n. 5 in mi bemolle maggiore op. 73 di Ludwig van Beethoven.
La direzione di Villaret si è fatta apprezzare per la sua sobrietà e per un discreto controllo delle dinamiche. Il tutto messo al servizio di una esegesi attenta a indirizzare il pathos entro i giusti limiti del dettato stilistico della partitura. Ne è risultata la visione di un classicismo robusto, ancora poco incline a tracimare nella temperie romantica.
Caratteristiche confermate anche dall’approccio nei confronti del celebre Concerto “Imperatore”, dove ovviamente, però, il protagonista è stato il solista Bertand Chamayou. Il pianista francese ha messo in mostra grande padronanza e un controllo pressoché assoluto, dal punto di vista tecnico. Sul piano strettamente interpretativo, Chamayou ha confermato tutto il bene che si dice di lui da qualche anno. Particolarmente azzeccato è parso, in generale, il suo non essere mai sopra le righe, anche nei momenti in cui la partitura potrebbe tentare il solista e portarlo verso esiti narcisistici. Chamayou, invece, mantiene sempre una compostezza ammirevole, pur brillando in termini espressivi (specie nei dialoghi madreperlati con l’orchestra del secondo tempo, dove il francese si giova anche di una sapiente pedalizzazione).
Buona, professionale, nel complesso, la prova dell’Orchestra Sinfonica Siciliana. Applausi scroscianti, al termine, da parte della ritrovata platea del “Vittorio”, pur dimezzata per le misure cautelari legate all’emergenza sanitaria (fatte rispettare con grande scrupolo dagli organizzatori), e richieste di bis accontentate da Chamayou con la magistrale esecuzione di un Adagio di Haydn





alle ottobre 18, 2020 Nessun commento:
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martedì 4 agosto 2020

Bernard-Henri Lévy e il virus che rende folli



Una recensione, ma non solo

È un libro che si legge velocemente, quello di Bernard-Henri Lévy. Un pamphlet di cento pagine,“Il virus che rende folli”, uscito un paio di settimane fa nella traduzione italiana di Anna Maria Lorusso per i tipi de “La nave di Teseo”. Cento pagine dense, figlie di un’analisi lucida e profonda: di quella profondità che ti riconcilia col mondo e ti conforta. O perlomeno, che conforta chi, come me e altri, hanno assistito con rabbia e frustrazione alla costruzione di una sanitizzazione del mondo e di una Weltanschauung esclusivamente sub specie medica.
Chiariamo subito, perché la superficialità e il riduzionismo becero sono dietro l’angolo. Lèvy non è un ‘negazionista’ (mai parola dal significato tanto terribile è stata usata in modo così superficialmente scellerato), come non lo sono io e altri che invitano all’esercizio del pensiero critico dinanzi ai nudi fatti e alla cronaca. Il filosofo, giornalista e regista francese lo dichiara già nelle prime pagine. Le misure restrittive sono state molto probabilmente necessarie, specie nella fase più delicata dell’epidemia in Europa. Non è questo il tema della discussione. Si tratta, invece, di riflettere su ciò che tali restrizioni hanno comportato sul piano sociale, psicologico e, in ultima istanza, antropologico. Un tema immenso, di un’importanza capitale, che continua a sfuggire ai più, ingabbiati nella logica dell’unico obiettivo che conta: la difesa ad oltranza dal contagio.
“Cosa può essere successo?”, si chiede Lévy? (p. 13). Di sicuro, “ …se è vero che, come amava dire, non senza ironia, il grande medico tedesco di fine Ottocento, padre dell’anatomia patologica, Rudolf Virchow, ‘un’epidemia è un fenomeno sociale che ha alcuni risvolti medici’, questo è il momento di fare i conti con esso e cercare di descrivere alcuni aspetti non medici di questa vicenda” (p. 16).
Sottolineiamo: non medici. Perché il mondo, la realtà, l’umanità non sono e non potranno mai essere solo entità mediche, salvo che non si intenda scrivere la sceneggiatura di un film distopico, o non si intenda farne parte.  
Si è trattato della ‘prima paura mondiale’, dice il filosofo francese. Una paura che ha visto l’ascesa irrefrenabile del ‘potere medico’. Di quel potere, di reminiscenza foucaultiana, che entra pervicacemente nella case e nella vita privata degli esseri umani, dettandone tempi e modi. Certo, tra i medici ci sono stati degli eroi, così come tra il personale sanitario che ha curato i malati nei momenti più duri per le strutture ospedaliere. Ad essi deve andare un caloroso ringraziamento. Ma da questo a fare – non dei medici in corsia, ma di quelli che hanno imperversato sui media – dei superuomini e “a dare loro pieni poteri, c’era un passo che poteva essere fatto solo al costo di diversi malintesi” (p. 23). Ma, aggiungo io – e qui è emersa in tutta la sua drammaticità la vacuità, l’impreparazione, la superficialità finanche di coloro i quali avrebbero dovuto avere gli strumenti per comprendere e guardare criticamente gli eventi (vedasi ad esempio una parte consistente della classe docente o una larga maggioranza di ciò che resta della Sinistra, buoni solo a dare del ‘no vax’ o del salviniano a chi provava anche solo a suscitare dubbi relativamente alla vulgata del mainstream politico-mediatico-sanitario); ma, dicevo, una visione scientista che forse sarebbe risultata inveterata anche al più incallito dei positivisti ha preso saldamente le redini delle coscienze. Laddove invece, i medici stessi, quelli veri “sanno, come Bachelard, che la ‘verità scientifica’ che noi gli supplichiamo di darci non è mai altro che un ‘errore rettificato’.
E qui Lévy, ripeto, tocca un punto fondamentale. Un punto che riguarda la quasi assoluta impreparazione e carenza di formazione epistemologica sia di molti scienziati sia di chi, sulla carta, dovrebbe avere gli strumenti per interpretare i dati della scienza e, possibilmente, declinarli in modo sensato verso chi tali strumenti non ce li ha o non li ha ancora; come, appunto gli studenti, anche se qui il mio insistere è frutto di una deformazione professionale che l’autore, nel libro, non manifesta). Il mondo della ricerca scientifica è un campo di battaglia, tutt’altro che allineato e compatto e, quindi, risulta pericoloso affidare i destini di un popolo sentendo solo alcune campane della comunità scientifica stessa e ignorandone altre di pari dignità accademica. Per di più, Lévy, facendo appello alle diverse lezioni della Storia in tal senso,  afferma che “quando la volontà di curare diventa il paradigma dell’azione politica’ gli effetti possono essere spaventosamente perversi” (p. 28).
Pungente il filosofo francese è anche nei confronti di quelli che hanno pensato che il virus avesse una virtù nascosta: farci scoprire un mondo finalmente senza uomo, con una natura libera di manifestare se stessa e le sue meraviglie e che si prende la sua vendetta. Ha ragione, Lévy. Li abbiamo sentiti un po’ tutti quelli che hanno dato al virus quasi una personalità e una missione, dimenticandosi che “a differenza di un microbo, che etimologicamente significa ‘piccola vita’, il virus è un ‘veleno’, non è né vivo né morto (…) e quindi deve la sua esistenza solo agli scienziati, cioè agli umani, che lo hanno, nominandolo, tirato fuori dal nulla” (p. 39).
Dinanzi a tutto questo bisognava opporsi – e in larga parte non lo si è fatto – con due principi. Il primo è politico e doveva consistere nel “fare il conto, per quanto possibile, delle vite che si salvavano e quelle che si mettevano a rischio salvando il mondo (…) soppesare il costo in vite umane dell’ondata virale da un lato e dall’altro il costo della glaciazione indotta da quel coma autoinflitto sulla quasi totalità del pianeta, trasformatosi in laboratorio di un’esperienza politica radicale” (pp. 47-48). Il secondo è metafisico e consente a Lévy di andare al cuore della questione. L’errore che si è fatto, in tal senso, è stato duplice: dare parvenza e senso razionale, in primo luogo, a quel fuori-senso e a quell’indicibile sofferenza che è propria dell’uomo, alimentando, così, “una delle fonti, nel migliore dei casi, della psicosi, nel peggiore dei casi del totalitarismo” (p. 50); in secondo luogo, “considerare alla stregua di malattie questo residuo della vita dell’uomo che sono la morte e il male e pretendere di curare l’umanità da queste malattie” (ibidem).
Ciò – e, lo ammetto, mai parole suonano più balsamiche alle orecchie di scrive queste brevi note – ha comportato il configurarsi di un ‘oscurantismo dal volto scientistico’.
Un paradosso, uno scherzo della Storia, se vogliamo, davanti al quale, per Lévy, bisogna ricordarsi che i virus, appunto, sono stupidi, ciechi e non hanno alcuna ‘lezione sociale’ o ‘giudizio finale’ da darci. Essi sono, invece “come insegna l’epistemologia postbachelardiana [già, l’epistemologia, la vera grande assente dallo scenario politico e sociale degli ultimi mesi, nda] uno squilibrio nella combinatoria di organi e patologie che rende un soggetto singolare” (p. 51). Stando così le cose, “i registi del grande Spettacolo della guerra al virus, i nuovi dottor Purgone che promettono, non solo di contenerlo, ma di sradicarlo dalla società, dovrebbero togliersi di torno” (pp. 51-52). È l’attacco ai virologi-soloni, a personaggi che hanno imperversato come star nei principali canali televisivi, presentandosi per di più come ‘la voce della Scienza’, e a cui la fascia medio-alta della popolazione, in nome di tale potente presentazione, si è consegnata e si consegna tutt’oggi acriticamente, lasciando che suggeriscano ai governi come riaprire le scuole, come festeggiare una vittoria sportiva, come salutare parenti e amici, come e quanto fare l’amore (ho letto di un virologo che consiglia di fare sesso non più di 15 minuti per evitare il contagio…), come vivere, insomma. Una follia, come recita il titolo del libro di Lévy, il quale, in proposito, afferma: “a tutti loro, a chi vive nella rendita dei drammi e della morte, a quei biolatri ventriloqui che hanno fatto parlare il Covid come fosse la RAI, o il Topo Gigio di un tempo, ai taumaturghi che celebravano il loro bel virus come Dante la sua beatrice e il cui catechismo da bar a malapena nascondeva la poca importanza che davano agli uomini veri e al loro dolore, ai loquaci invadenti il cui bigottismo positivista ha finito, certi giorni, per coprire le parole del personale sanitario, a tutti loro bruciavo dal desiderio di dire: ‘state zitti! Per favore, zitti! L’epidemia, prima o poi, sarà messa sotto controllo. Spero che quel giorno avremo dimenticato lo stridio della loro voce” (pp. 52-53).
Uguale rabbia  Lévy mostra nei confronti di coloro che hanno addirittura esaltato il lockdown come una felice occasione per stare con se stessi, per ‘tornare all’essenziale’, dimenticando che l’uomo, come insegna Aristotele è – per essenza, appunto – un animale politico; ma dimenticando anche Cartesio e il suo considerare la stufa e il rifugio solo un momento che prelude a un necessario ritorno nel mondo, Husserl e l’importanza che egli dà all’abitare il mondo, Sartre e la sua critica all’io che si riduce a se stesso. Per non parlare di Levinas, ovviamente, che ci ricorda come il sé è tale solo nell’incontro con l’altro, mentre la sanitizzazione – col distanziamento fisico, l’uso delle mascherine, il non dare la mano, il certificare chi è congiunto e chi no – ha negato l’etica del volto, se non la stessa etica in generale.
Così come negato è stato tutto quel prezioso retroterra della cultura ebraica che individua nell’uscita da sé e nell’incontro con l’altro il senso ultimo della ‘profezia’. La sapienza talmudica è del resto sempre presente nelle pagine di Lévy. Ne è un’ulteriore testimonianza, ad esempio, il riferimento al rabbino Rashi, secondo cui ogni medico “commette errori e abusa del suo potere; il fatto che sia ‘il migliore’ lo rende ancora più imperdonabile – per questo all’inferno” (p. 72). All’inferno in che senso, dirà qualcuno? Nel senso che, come ricorda il Maharal di Praga, il ‘bravo’ medico diventa esperto, sempre più esperto di un corpo come corpo in sé, slegato dallo spirito che lo ha illuminato, dimentico del fatto che un corpo, visto nella sua cruda organicità è, appunto, l’inferno: “l’inferno siete voi, sono io, siamo noi – ma in quanto persone che sono chiuse nel proprio corpo, ridotte alla  nostra vita di corpi e che, sotto il dominio del potere medico o del potere in generale  che si appropria del potere medico, o della nostra stessa sottomissione a entrambi, ci sottomettiamo a esso” (p. 74). “Tutto, allora – continua Lévy – si è chiarito. Il disagio che mi aveva ispirato, fin dal primo momento, la nostra sorprendente docilità a all’ordine sanitario che avanza e alla sua reclusione dei corpi” (ibidem).
La società ha mostrato drammaticamente il suo volto desacralizzato, persino nelle persone e nei luoghi che di questa sacralità dovrebbero essere i massimi interpreti. Si pensi alle chiese chiuse al culto o al papa che fa la sua via crucis in una piazza deserta, dimentico del Cristo che bacia il lebbroso (una scena che oggi costerebbe a Gesù una segnalazione ai vigili urbani…). Del resto, anche chi scrive ricorda il forte disagio provato durante una messa a Messina, poco prima del lockdown, in cui il sacerdote invitava scambiarsi il segno di pace, sì, ma ‘con moderazione…’ . Un atteggiamento che si pone in linea con le sepolture ridotte alla loro forma più semplice, con i corpi considerati alla stregua di pacchi postali, in un gesto di impazienza profilattica, o magari mostrati dentro i camion dell’esercito che li portano via, giusto per incutere ulteriore paura.
Un orrore, per molti versi. Così come orribile è stato il dibattito sul tracciamento dei contagiati, anzi, degli ‘infetti’, con l’essere pronti, in molti, a consegnare i propri dati quasi ignorando l’uso che se ne può fare; anche se qua, ricorda Lévy, non sono mancate per fortuna menti salde che hanno ricordato come “è sempre più facile sospendere una libertà che ripristinarla” (p. 81). Consolatorio, certo. Ma non abbastanza per farci dimenticare sindaci che chiamano alla delazione, manifesti che recitano “il tuo vicino può essere positivo; sorveglialo e, all’occorrenza, denuncialo”, o che il 72% degli italiani “sono favorevoli alla denuncia dei vicini e vedono in questo una prova di patriottismo in questi tempi di lotta al virus” (pp. 81-82).
La difesa della vita a tutti i costi, insomma. ”Ma una vita nuda. Una vita esangue, quasi nulla, come dice Giorgio Agamben. Una vita terrorizzata da se stessa e rintanata nella sua tana kafkiana trasformata in colonia penale” (p. 83). Ed è così che si è verificata una rottura con tutte quelle saggezze del mondo che per secoli hanno giustamente insegnato che “la vita non è vita se è solo vita…” (p. 84), preparando forse quella fine della Storia di cui Alexander Kojève ha detto che l’ultima parola sarebbe stata l’animalizzazione dell’uomo. Ossia il suo ridursi a mera corporeità.
Dopo aver sottolineato come i media abbiano volutamente dimenticato tutte le storture che continuavano e continuano ad accadere nel mondo, impegnati strenuamente nella narrazione mediatica del virus, Lévy ci consegna, nelle ultime dieci pagine, una serie di moniti che suonano come quella che potrebbe/dovrebbe essere l’eredità di ciò che abbiamo vissuto negli ultimi mesi: ossia difendersi dai nemici della libertà. A partire dal cinese signor Xi, che ha portato avanti le tre uniche lotte che, per una maoista, hanno valore. La lotta per il controllo dei nomi (non Sars-cov2 – che ricordava troppo la Sars cinese del 2003, ma Covid 19), quella per il controllo delle storie da raccontare e quella della diplomazia armata per inviare segnali a chi non avesse ancora capito che la globalizzazione del XXI secolo sarà cinese o non sarà. “Con, in più, l’astuzia dello stratega che ha inventato il modello di risposta (il lockdown), ma sceglie il momento in cui l’avversario lo adotta per liberarsene (sopprimendo il lockdown) e ripartire” (p. 102). Uno spianare la strada a quella “via della Seta”, insomma, cui l’Italia (guarda caso il Paese che ha seguito in modo più pedissequo il modello terapeutico e profilattico cinese) aveva già aderito in modo convinto.
Ed è così che, per concludere, è stato occultato o fortemente squilibrato nei suoi risvolti semantici, in pochi mesi, il duplice significato della parola latina mundus. Il primo è quello di mondo reale: “quello di una generazione, la mia, che è stata educata nella convinzione che (…) bisogna fare di tutto per evitare, politicamente, praticamente, attivamente, quasi manualmente, per fare in modo che quello che non vogliamo si ripeta mai più, non si ripeta mai più (…). Menti cupe ma impegnate che avevano affrontato la Bestia a mani nude (…) E questi erano, ai nostri occhi, i più belli fra gli uomini, perché combinavano la presenza di fronte al mondo e di fronte alla parola, l’arte del combattente e l’arte del poeta [quale mirabile sintesi… nda]. È con loro che ci siamo interessati al Biafra, ai boat peolpe vietnamiti, al Bangladesh (…). È alla loro scuola che sono stati inventati i ‘diritti umani’ (pp. 104-105).
L’altro significato è quello di mundus come ordinato e pulito. Immacolato e sanitizzato. Cosmos in greco, cosmesi in italiano. Il nome di un mondo indifferente alla sua parte maledetta, “dimentico che esiste la sporcizia e che nostro compito come uomini affrontarla”(p. 105).
Lévy non lo scrive, pur evocando correttamente Nietzsche in altri luoghi del testo, ma si tratta, in fondo, della disputa tra apollineo e dionisiaco e di come il nascondimento e la mortificazione di quest’ultimo, per il filosofo tedesco, diano inizio alla decadenza della civiltà occidentale. Un mondo quindi, quello ‘sanificato’, “vecchio come il tempo, ma che con il Coronavirus ha recuperato reputazione [e in cui] gli uomini che prendono l’aereo per fare un’inchiesta su ciò che accade nel golfo del Bengala sono assassini del pianeta (…). E quando tornano cosa trovano? Un mondo dove regnano i tecnici della ventilazione, i sorveglianti dell’emergenza generale, i delegati all’agonia” (pp. 105-106).
E Lévy conclude con alcune parole che sottoscrivo integralmente: “Questa è la lezione del virus. Questa è la ragione della mia rabbia. Ed è per questo che dobbiamo resistere, a qualsiasi costo, a questo vento di follia che soffia sul mondo” (p. 107).




alle agosto 04, 2020 Nessun commento:
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