Il suono dell'anima

domenica 8 maggio 2022

Impressioni su Ennio

 


Durante la visione dell'ottimo docufilm "Ennio" di Giuseppe Tornatore, ma soprattutto al termine di essa, mi accompagnano tre cose:

- Il tremore delle labbra di Morricone quando - e capita spesso - racconta momenti particolarmente significativi della sua vita, professionale e non. Un tremore senile, diranno i più cinici. Forse, ma non solo; il tremore di chi la musica la vive da dentro e di chi sente il suono come un prolungamento del pensiero e del sentimento.

- Il travaglio di un compositore che ha saputo convivere con l'ostracismo dell'accademia e dell'intellighenzia compositiva nazionale e internazionale, che, negli anni '60-'70, lo accusava di prostituire il suo talento per un genere musicale minore, quando non esclusivamente commerciale. Un travaglio vincente, perché Morricone è stato, anzi, un artefice e un esempio luminoso di quella contaminazione tra generi e della ricerca di una immediatezza espressiva che oggi vengono quasi unanimemente riconosciute come le caratteristiche principali della musica contemporanea. Con buona pace di chi ancora intende percorrere una direzione ostinata e contraria.
Emblema di tale tematica è il rapporto col maestro Goffredo Petrassi, cui Tornatore dedica giustamente un certo spazio, ma anche con i colleghi che accompagnarono Morricone nei sui esordi sperimentali, come Boris Porena.

- La capacità - che chi ama le sue musiche conosce bene - di un grande artigiano dell'emozione in immagine. Perché se è vero che le colonne sonore di Morricone, per sua stessa ammissione, possono vivere autonomamente, sganciate dal film per cui sono state composte, è indubbio come esse siano sapientemente legate al vissuto dei protagonisti, e alla espressività della trama e delle vicende narrate, in modo magistrale.

Emozione, travaglio, espressività. Tre elementi fusi armonicamente in un marchio di fabbrica che ha segnato la Storia della musica per cinema in modo indelebile.


alle maggio 08, 2022 Nessun commento:
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domenica 20 giugno 2021

La musica oltre il muro

 

È una poetica della speranza quella che caratterizza “Il muro” di Giuseppe Delle Vergini, recentemente pubblicato per i tipi di Pathos Edizioni. Un romanzo delicato, scritto con garbo e rispetto per un tema complesso come quello della convivenza tra ebrei e palestinesi in Terrasanta. Convivenza difficile, com’è noto, lastricata di odio, guerre, sangue. Ma il messaggio dello scrittore toscano è chiaro: bisogna provarci, sempre e comunque. 
 E ci provano, Ilda e Omar, i due protagonisti della storia. Lo fanno con la genuinità e con un comune sentire offerto loro dalla musica. È grazie ad essa che un’anziana musicista italiana di origine ebraica (sopravvissuta ai campi di sterminio) e un ragazzino palestinese riescono a piantare semi di speranza nelle loro vite. Speranza costretta a fare i conti con un muro: quello eretto a Gerusalemme (dove i due vivono) per separare ebrei e palestinesi. Ilda incontra per caso il giovanissimo flautista e ne intuisce subito la sensibilità e il talento musicale, offrendogli la possibilità di dargli gratuitamente delle lezioni Capisce, anche, che la musica può essere per lui un’ancora di salvezza; un mezzo per darsi un futuro migliore di quello, drammatico, che vive con la sua famiglia. In mezzo ad attentati, sirene e posti di blocco, Ilda e Omar costruiscono le loro oasi di pace e condivisione, durante le quali ‘suonare’ le proprie angosce e i propri tormenti, ma anche, e soprattutto, la propria voglia di dire basta all’odio e alla violenza. 
 Un libro prezioso, quindi, quello di Delle Vergini, affidato, peraltro, ad uno stile di scrittura sobrio ed elegante al tempo stesso. Prezioso come tutto ciò che contribuisce a creare spazi di riflessione su ogni tipo di muro che separa gli esseri umani: da quelli in cemento a quelli ideologici. 
Di tali spazi, oggi più che mai, si avverte un grande bisogno.
alle giugno 20, 2021 Nessun commento:
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domenica 23 maggio 2021

La Lingua madre della Corelli Jazz Band


La formazione messinese ospite della Filarmonica Laudamo  al Teatro Vittorio Emanuele


Ripartono col piede giusto i concerti dal vivo della Filarmonica Laudamo di Messina. Nell’anno in cui taglia il prestigioso traguardo delle cento stagioni, il sodalizio peloritano ha dovuto fronteggiare, come tutti gli operatori della cultura e dello spettacolo, mesi difficili di chiusure ed eventi in streaming, a causa dell’emergenza sanitaria. C’era dunque grande attesa per il concerto della “Corelli Jazz Band”, che è salita sul palco del Teatro Vittorio Emanuele (coproduttore dell’evento insieme al Conservatorio di Messina). A dirigere la compagine musicale, nata nel 2012 in seno al dipartimento di musica jazz del Conservatorio “Corelli”, le esperte mani di Giovanni Mazzarino. La band si è resa protagonista di un’ottima performance, dimostrando di muoversi perfettamente a suo agio nel repertorio proposto (brani, nell’ordine di presentazione, di Steve Swallow, Enrico Pieranunzi, Gerorge Gershwin, Gianni Basso, Giovanni Mazzarino, Richard Rodgers, Dizzy Gillespie, Victori Young, Jimmy McHugh e Jerome Kern). Anzi, l’impressione che i musicisti hanno dato è stata quella di parlare una sorta di lingua madre; e, in quanto tale, di sciorinarla con naturalezza e proprietà di linguaggio, sia stilistica che espressiva. Sembrava che non vedessero l’ora di parlarla questa lingua e di comunicare in presenza con il pubblico. Su quest’ultima impressione, confesso, non so quanto incidano le proiezioni personali dell’autore di queste brevi note e i suoi desideri di assistere finalmente a un concerto dopo tanto tempo. Sono certo, però, che si è trattato di emozioni ed aspettative condivise con il pubblico e con i responsabili della Filarmonica Laudamo, che a questa ripresa hanno dedicato uno sforzo enorme. 
Convincenti, quindi, le esecuzioni della Corelli Jazz band: trascinante nei brani in cui è lo swing a farla da padrone ma anche attenta agli equilibri sonori e alle sfumature agogiche in quelli più espressivamente delicati. Bravi tutti i musicisti, ottimamente guidati da Mazzarino (del quale è evidente il robusto lavoro di concertazione), anche se meritano una menzione speciale le due cantanti Rossella D’Andrea e Floriana Papa, che hanno messo in mostra ottima sensibilità e voce coinvolgente in due dei pezzi protagonisti della serata (“Bewitched” e “I can’t give you anithing but love”), e il sassofonista Orazio Maugeri, splendido solista in My foolish heart”. 
Applausi convinti del pubblico, al termine, e richieste, accontentate, di fuoriprogramma.
alle maggio 23, 2021 Nessun commento:
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lunedì 10 maggio 2021

L’essenzialità del superfluo – di Luciana Apicella e Sara Gandini

  

L’essenzialità del superfluo – di Luciana Apicella e Sara Gandini



Quando comincio un corso di filosofia per il triennio delle superiori, una delle prime cose che dico ai ragazzi è che la filosofia non serve a nulla. Si tratta, ovviamente, di una provocazione. L'intento è infatti quello di sottolineare il valore formativo della riflessione critica, sganciata da qualsiasi utilità 'pratica', nel senso superficiale del termine. 
Pensavo a questa cosa mentre leggevo l'interessantissimo contributo scritto da Luciana Apicella e Sara Gandini che mi permetto di riportare di seguito. Anch'esso sottolinea l'importanza - anzi, l'essenzialità appunto - di ciò che generalmente viene indicato come 'superfluo'. E non è un caso, credo, se l'attuale tessuto sociale di molti Paesi occidentali (Italia in primis) - così povero e bisognoso di filosofia - sia diventato un terreno di coltura ideale per l'atteggiamento paternalistico e autoritario dei Governi che hanno gestito e stanno gestendo l'emergenza sanitaria. Ne è un esempio lampante il 'coprifuoco', alla cui valenza simbolica sono rivolte le attenzioni di Apicella e Gandini. Con una parola non a caso tratta dalla terminologia bellica - e sappiamo quanto male abbia fatto e continua a fare in questi mesi l'utilizzo della metafora della guerra per la lotta al Virus - si vuole infatti sottolineare un aspetto che va al di là della presunta utilità (le autrici lo dimostrano anche con precisi riferimenti bibliografici) del coprifuoco stesso ai fini del contenimento del contagio. La misura assume invece il volto di una sorta di monito moralistico: un invito a 'tenere il lutto', da un lato (della serie: ci sono i morti, cosa vai a festeggiare e bivaccare di sera?) e, dall'altro - soprattutto - di eliminare il 'superfluo' dall'orizzonte delle nostre esistenze. Se, poi, i dati mostrano chiaramente che i contagi avvengono principalmente in contesti estranei al 'superfluo' stesso (lavoro e famiglia) poco importa: l'importante è eliminare il 'superfluo'. Purtroppo, però, l'uomo è tale, ad esempio nel suo differenziarsi dall'animale, proprio perché fa cose 'inutili'. La filosofia, ad esempio. Ma anche l'arte, che giustamente Oscar Wilde considerava, facendole un complimento, "completamente inutile". E come sottolineano da più di un anno voci autorevoli, ad esempio quella di Giorgio Agamben, ridurre le nostre esistenze alla semplice difesa del bios è una cosa aberrante e gravida di conseguenze nefaste. Siamo forse ancora in tempo ad evitarle. Ammesso che se ne parli sempre più.  




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Nei lunghi mesi dell’emergenza sanitaria, accanto alle sacrosante e universalmente condivise disposizioni per arginare il contagio – riassumibili nelle linee guida dell’OMS di distanziamento interpersonale, igiene delle mani, adeguato utilizzo di dispositivi di protezione individuale – sono stati adottati una serie di altri provvedimenti più ascrivibili alla sfera del mandato morale che non a quella dell’efficacia sanitaria, quantificabile e dimostrabile, delle coercizioni stesse, in una logica di progressivo restringimento dell’esistenza allo spazio dell’essenziale. Gli spazi del superfluo, insomma, sono stati progressivamente erosi, in quanto sacrificabili senza – almeno all’apparenza – eccessivi costi, limitando l’esistenza ai movimenti essenziali, tradotti per lo più nel tragitto casa-lavoro-casa. A nulla vale eccepire che gli spazi citati siano poi quelli che si sono dimostrati maggiormente impattanti in termini di diffusione del contagio, coi focolai domestici e lavorativi che rappresentano una fetta importante del totale: a chi voglia enunciare questo dato, ormai ampiamente dimostrato, si controbatte che il virus è stato portato comunque da “fuori”, intendendo con il “fuori” lo spazio della socialità extra-familiare ed extra-lavorativa, superflua, appunto, e anzi colpevolmente orientata alla ricerca del piacere. Nessuno si domanda per quale motivo il movimento dovrebbe essere unidirezionale: chi ha portato il virus in quel “fuori? Il fuori è sempre e comunque colpevole, nessuna possibilità di appello.

Alla medesima sfera etica pertiene, oggi, la querelle sul coprifuoco, accettata come misura da difendere ad ogni costo da una fetta importante di popolazione, anche al di là dell’efficacia sanitaria, della quale raramente viene chiesto conto: lo spazio della sera è lo spazio del superfluo, quindi del sacrificabile, cui peraltro a cascata si sommano una serie di effetti secondari giudicati desiderabili, in un’ottica di decoro: niente più schiamazzi notturni, niente più frotte di giovani per strada, niente più “evasione”, poiché il momento chiede contrizione, rispetto, una sorta di lutto interiore da manifestare sempre e comunque, come simbolo di adesione, e finanche strategia laterale, ma efficace,  alla lotta contro il virus. Chi osa manifestare nostalgie di quegli attimi in cui, svestiti gli abiti del lavoro, si entra in una dimensione di tempo differente, fatta di lentezza, condivisione, socialità, svago, viene bollato sbrigativamente con i più fantasiosi epiteti.

Un’interessante convinzione che si è radicata, circa il coprifuoco, è quella che la sua efficacia abbia una sorta di auto-evidenza, che non importa dimostrare, per il fatto che “ce l’hanno tutti”: questo d’altra parte è il messaggio che viene veicolato dalla quasi totalità dei media. Abbiamo voluto fare una ricerca per capire se l’assunto fosse vero, e abbiamo verificato che, dei 27 paesi dell’Unione Europea, 12 hanno adottato la misura del coprifuoco: si stratta, oltre che dell’Italia, di Austria, Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Ungheria. Quindici invece non lo hanno: si tratta di Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Svezia; ad essi si aggiungono, extra UE, Islanda, Liechtenstein, Norvegia. La maggioranza dei paesi europei, dunque, non ha il coprifuoco.

Sgomberato il campo dall’equivoco del mero dato numerico (“il coprifuoco lo hanno tutti, quindi significa che è misura efficace”), siamo volute andare oltre, consce del fatto che la nostra visione del coprifuoco quale strategia insensata, autoritaria e moralistica, molto più che sanitaria, avrebbe potuto determinare un difetto del nostro sguardo, un bias cognitivo, per così dire: abbiamo dunque voluto cercare quali fossero le evidenze scientifiche che riguardano l’efficacia del coprifuoco.

Il primo studio che abbiamo trovato è tedesco (https://www.uni-giessen.de/fbz/fb02/fb/professuren/vwl/goetz/forschung/publikationenordner/arbeitspapiere/Curfews) e valuta le differenze nella crescita dell’incidenza e nel cambiamento di mobilità tra le contee che hanno implementato un coprifuoco notturno durante il periodo di osservazione, e quelli che non lo hanno fatto. Tutti i loro modelli suggeriscono che non ci sono prove di differenze significative nella diffusione della pandemia con l’entrata in vigore dei coprifuoco notturni. Gli autori non hanno trovato prove che i cambiamenti di mobilità differiscano, con il coprifuoco notturno, e non trovano evidenze statisticamente significative che il coprifuoco notturno abbia avuto un impatto sulla diffusione della pandemia.

Uno studio francese mostra che hanno avuto addirittura effetti negativi, incentivando le concentrazioni di persone negli stessi orari

https://www.sciencedirect.com/…/pii/S016344532100044X…

Un lavoro pubblicato recentemente su MedRxiv, quindi non ancora revisionato (peer reviewed), ma presentato dal Corriere della sera come studio a sostegno del coprifuoco, presenta una ricerca condotta da alcune delle maggiori università europee e indica che in 7 paesi europei il coprifuoco notturno sembra avere avuto un effetto moderato, attorno al 13% (la chiusura delle scuole attorno al 7%) ma gli autori specificano che l’effetto stimato non è attribuibile solo al coprifuoco e che non sono stati in grado di separare gli effetti delle singole misure.

In molti paesi stanno discutendo sulle evidenze dell’efficacia del coprifuoco sulla diffusione del virus perché non sono per nulla chiare: https://www.dw.com/…/fact-check-how…/a-57172102

https://www.mcgill.ca/…/covid-19…/do-curfews-work

https://science.thewire.in/…/covid-19-curfew-spread…/

Si tratta di evidenze che rafforzano la convinzione circa l’esistenza di una sorta di frame narrativo all’interno del quale ogni misura coercitiva e costrittiva degli spazi del superfluo abbia efficacia in sé, in quanto colpisce tutto ciò che esula dal perimetro della legittimità morale (la casa, il lavoro) e che diventa pertanto sacrificabile in nome del supremo interesse della salute. Un’osservazione che trova conferma in un recente studio (https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0022103120304248?fbclid=IwAR2lFREtgiHFUIZ2Fp8LaC-GPL1KGUzvg-NlcxxnpC3TuLzEh3gLFmFJPGk#bb0295) che mostra come l’approccio moralistico agli sforzi di contenimento del virus basati sulla salute (cioè, per ridurre i decessi e le malattie da Covid-19, o eliminare il virus) ha generato asimmetrie percettive nella valutazione dei costi umani.  Gli autori hanno mostrato che gli sforzi per controllare o eliminare Covid19 siano intrisi di moralità, portando però gli individui ad accettarlo senza alcun indugio, mettendo da parte o trascurando totalmente i potenziali costi collaterali di tali sforzi, che pure esistono e sono dimostrati dall’ampia letteratura disponibile: dal mancato accesso alle cure o agli screening per altre malattie – tradotti in eccesso di mortalità per cause non Covid – a un disagio psicologico e psichico che si diffonde, colpendo con maggior intensità alcune fasce di popolazione, come per esempio i giovani e giovanissimi.

È tempo dunque di uscire da un orizzonte di senso che vede nell’approccio autoritario ed eticamente orientato l’unica possibilità di gestione della crisi pandemica, o peggio che riduce la stessa a una contrapposizione partitica e ideologica. Riaffermare l’essenzialità del superfluo, tornando all’assunto di partenza, significa volersi rifare alla definizione, mai spesso evidenziata quanto meriterebbe, che di salute dà l’Organizzazione Mondiale della Sanità come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”. La vita relazionale, la cultura, l’arte, lo sport, sono cruciali nel concorrere alla piena espressione dello stato di salute così inteso. E soprattutto nel momento in cui un vaccino efficace diventa ampiamente disponibile, i costi umani derivanti dalle strategie di eliminazione del Covid-19, come i “morti per disperazione”, possono superare gli effetti diretti sulla salute del Covid-19, ed è ora che se ne cominci a parlare.



Immagine: Luna Minor, Nostalgia dell'inutile

alle maggio 10, 2021 Nessun commento:
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sabato 13 febbraio 2021

Cento idee per crescere

 


È un libro che tutti i genitori di bimbi piccoli – o che si apprestano ad esserlo – dovrebbero leggere. Cento idee per crescere, infatti, accompagna il lettore lungo un itinerario virtuoso, fatto di consapevolezza scientifica e attenzione affettiva nei confronti dei più piccoli, dalla culla alla prima infanzia. Gli autori Chiara Borgia e Sergio Conti Nibali, rispettivamente una pedagogista e un pediatra, toccano tutti i delicati punti del processo educativo con una chiarezza e una sintesi mirabili, offrendo non, si badi bene, ricette semplicistiche e sbrigative, ma approcci complessi e al tempo stesso naturali riguardanti il rapporto con i più piccoli. Ne viene fuori un manifesto, come affermano Borgia e Conti Nibali, contenuto in un testo, pubblicato per i tipi di Uppa Edizioni, nato “con l’obiettivo di raccogliere le 100 idee più peculiari, più caratteristiche, più importanti del progetto di Uppa”. Della rivista specializzata cioè, di cui i due autori sono vice-direttrice e direttore, che costituisce ormai da anni un punto di riferimento molto importante in ambito pediatrico e pedagogico. 
Si va dunque dallo svezzamento all’importanza dell’ambiente, passando dalle virtù dell’allattamento, del gioco, del tempo trascorso con i bambini, del contatto pelle a pelle, della centralità dello sguardo, dell’esperienza basata sul piacere e molto, molto altro, ovviamente. 
Il libro, inoltre, è presentato nella duplice veste italiana e inglese (stesso contenuto nella medesima pagina) per favorire la sua fruizione anche da parte di genitori stranieri che abitano in Italia – e che, magari, sono alle prese con il già difficile processo di integrazione – o di altre famiglie che possano essere da essi contattate, dopo la lettura del testo.
alle febbraio 13, 2021 Nessun commento:
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sabato 19 dicembre 2020

I nostri figli al tempo del coronavirus

 


È molto chiaro Massimo Ammaniti nel suo E poi, i bambini. I nostri figli al tempo del coronavirus (Solferino, Milano 2020).  Una pubblicazione che si apre affermando che la scarsa attenzione nei confronti dei più piccoli, in Italia, non è una novità portata dal virus:

"La rimozione dei bisogni dei bambini non è una novità, purtroppo […]. Va anche aggiunto che nella nostra società ogni anno si riduce il numero di nascite, per cui assistiamo sul piano demografico a una piramide capovolta, in cui gli anziani – che si trovano alla base – sono molto più numerosi dei bambini. E questa riduzione sociale del peso dell’infanzia contrasta con l’atteggiamento dei genitori che vezzeggiano i figli e spesso li viziano" (pp. 11-12)

Dunque per Ammaniti (psicoanalista, professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo presso la facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università di Roma e membro della International Psychoanalytical Association) la scarsa attenzione riservata ai più piccoli è il frutto di un processo (come del resto noterà qualche mese dopo anche il pedagogista Daniele Novara). Un processo, per molti versi, tipicamente italiano, dal momento che il nostro Paese, alle prese con l’emergenza sanitaria, è stato il primo a chiudere le scuole e l’ultimo a riaprirle, durante la prima ‘ondata’, e che ha continuato a pianificare chiusure e restrizioni per le istituzioni scolastiche anche in seguito; il tutto mentre in quasi tutti gli altri Stati europei, le scuole continuavano a restare aperte, anche a fronte, talora, di una curva epidemiologica più preoccupante di quella che si registrava in Italia. Per non parlare del fatto che persino in Cina, all’inizio dell’epidemia, un gruppo di pediatri pubblicava su “Lancet” un appello in cui si affermava che

"La condizione di restrizione può essere dannosa per la salute mentale e fisica dei bambini e degli adolescenti e può comportare conseguenze durature sul loro sviluppo, con la comparsa di sintomi post-traumatici, perciò quel gruppo di pediatri si rivolge al governo cinese e alle famiglie sollecitandoli a prestare una maggiore attenzione ai problemi dei più piccoli, a favorirne l’attività fisica, a far loro osservare una dieta equilibrata, un sonno regolare, oltre a tutte le misure igieniche del caso" (p. 51).

Interessante è poi quanto afferma Ammaniti a proposito degli adolescenti. Questi, contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, hanno spesso reagito alle restrizioni con passività e accettazione diffusa; anche con rassegnazione, talora. In particolare,

"[…] si è verificata fra i ragazzi una strana reazione che definirei “effetto gregge psicologico”: siccome tutti subiscono questa situazione, e quindi anche gli amici e gli altri coetanei non escono o escono eccezionalmente dalla propria abitazione, viene meno la motivazione a farlo, anche perché non si incontrerebbe nessuno. In casa gli adolescenti passano gran parte del tempo chiusi nella loro stanza, da cui escono solo per pranzo e cena. Ma a volte, addirittura, si riempiono il piatto e tornano subito lì." (p. 62).

Se la prima parte della citazione sottolinea uno stato di apatia indotta estremamente pericoloso, il secondo testimonia un processo che chi conosce la psicologia dell’età evolutiva si aspettava accadesse. Gli adolescenti, infatti, vivono il sacrosanto bisogno di autonomia e distacco dalla famiglia tipico della loro età: le restrizioni e l’assenza della scuola – e di tutto il sistema di relazioni che ruota intorno ad essa – ha invece cortocircuitato tale processo. Di conseguenza, pur di sfuggire a un passato di dipendenza dai genitori dal quale intendono – ripeto, giustamente – liberarsi, si rifugiano nella propria stanza, ossia nell’ultimo rifugio in cui cancellare questa regressione.

In ogni caso, quello che essi stanno sperimentando è un terribile senso di perdita. 

Critico, ovviamente, è Ammaniti anche nei confronti della didattica on line, in quanto essa risulta poco efficace e difficile da attuare per la prima fascia scolare e perché, per i ragazzi più grandi, 

"[…] se la lezione è già di per sé poco motivante per molti degli studenti più adulti , quella on line è ancora meno stimolante e più difficile da seguire". (p. 81).

E ciò nonostante gli sforzi di molti docenti, che hanno spesso utilizzato registri comunicativi diversi da quelli tradizionali, magari puntando, opportunamente,  sull’intelligenza emotiva di cui parla Daniel Goleman.

Ovviamente, però, si è trattato – e si tratterà sempre – di misure insufficienti a restituire una sana, autentica relazionalità didattica, che della presenza e dei ‘corpi’, di docenti e alunni, non potrà mai fare a meno.







alle dicembre 19, 2020 Nessun commento:
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domenica 6 dicembre 2020

I bambini sono sempre gli ultimi



È un libro prezioso e illuminante, quello di Daniele Novara. Un testo che arriva in un momento storico nel quale l’infanzia e l’adolescenza rischiano seriamente di essere tra i principali ambiti colpiti dagli effetti collaterali dell’emergenza sanitaria. I bambini sono sempre gli ultimi. Come le istituzioni si stanno dimenticando del nostro futuro, (Rizzoli, Milano 2020), si apre affermando chiaramente che "nel nostro Paese i bambini sono stati – ingiustamente – accusati di essere degli «untori»" (p. 9) Un termine vergognoso e vergognosamente abusato dai media – talora anche da alcuni medici – che ha portato quasi subito, tra febbraio e marzo 2020, a chiudere le Scuole; perché, "Se i bambini sono untori bisogna agire. E subito. Chiudendo le scuole di ogni ordine e grado. Sine die. La storia dei «bambini-untori», visti anche un po’ come delle schegge impazzite impossibili da tenere a bada, si incunea profondamente nell’opinione pubblica e nell’informazione, senza essere scardinata dalle ricerche sia scientifiche che empiriche che continuano a essere diramate e che scagionano i piccoli da questa drammatica responsabilità che insinua il dubbio che siano addirittura loro gli artefici dello sterminio degli anziani. A più riprese, si supplicano i nonni di non avvicinarsi ai bambini, di non occuparsene più, perché ne va della loro stessa sopravvivenza. Tutto questo senza uno straccio di prova, ma sulla base del solito drammatico meccanismo del capro espiatorio di manzoniana memoria" (p. 12)

 Le scuole quindi si sono chiuse, ricorda Novara, ma si sono chiuse anche le porte di casa per i più piccoli, mentre i cani, quelli sì, potevano essere tranquillamente portati fuori a passeggiare e fare i bisogni. Una scelta cui il Governo ha poi cercato di porre rimedio, senza peraltro evitare che sindaci e governatori-sceriffi, qua è là nel Paese, impedissero che i genitori uscissero di casa con i figli (per non parlare, nuovamente, del clima di odio che spesso si scatenava dal balcone nei loro confronti). Non è un caso che la pubblicità in televisione, tra marzo e aprile, abbia quasi dimenticato i giocattoli per lasciare spazio ai prodotti per gli amici a quattro zampe. È interessante, però, quello che fa notare Novara a proposito del fatto che a questa deprivazione degli spazi dei bambini, nel nostro Paese, si sia arrivati gradualmente e attraverso un processo che parte più o meno dagli anni Ottanta dello scorso secolo. Un processo che ha visto ad esempio scomparire i ragazzini dalle strade, dai cortili, dagli androni delle scale, dalle pozzanghere… in nome di una via via crescente idea di sicurezza che, invece, si è rivelata nefasta per coloro i quali credeva e crede di proteggere. Una cosa che, per l’autore, avrebbe comportato una "mutazione antropologica narcisistica che spinge all’iperprotezione, alla conservazione dei bambini" (p. 38). 

 Un processo che viene da lontano, dunque, e che passa anche attraverso un sempre minore contatto con la natura e con i rischi ‘salutari’, sul piano della crescita, che esso comporta, o anche attraverso la quasi scomparsa dei gruppi infantili di ‘pari’, che hanno rappresentato per secoli una modalità preziosa di confronto, scambio, negoziazione, sviluppo personale per i bambini. Per non parlare delle politiche sbagliate sulla Scuola, della scarsa attenzione al problema della diminuzione delle nascite, delle disfunzioni crescenti nel rapporto genitore-figli. Novara, insomma, ci descrive un processo di deterioramento nell’attenzione verso i bambini, sempre più dimenticati. Un atteggiamento pericoloso, al quale bisognerebbe rispondere con la consapevolezza che  "Quando un’intera comunità prende sul serio le proprie responsabilità educative, quando investe nella scuola e nell’infanzia, allora sta creando le basi per future generazioni di ragazzi e poi adulti capaci, equilibrati, responsabili. Da qui possono nascere le cittadinanze consapevoli. Non più cittadini semplicemente perché informati riguardo la Costituzione, le leggi, i diritti e i doveri; non più adulti che aderiscono in modo meccanico alle regole sociali oppure ai rituali politici ed elettorali. Ma un nuovo profilo di cittadino, che sa essere competente nelle situazioni critiche, nei conflitti così come nei semplici litigi" (p. 145). 

 E una cosa del genere può avvenire solo se si verifica quello che Novara considera una sorta di patto tra le generazioni, in forza del quale gli adulti di oggi si impegnano per lasciare a chi sarà adulto domani un mondo migliore. È sempre stato così, nel mondo moderno. A mo’ di esempio, l’autore cita l’obiezione di coscienza per il servizio militare, introdotta nel 1972, a più di venticinque anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: un passaggio importante, con cui la generazione che aveva vissuto la tragedia del conflitto dava ai giovani una possibilità che essa non aveva avuto. Tuttavia, "Questo passaggio di consegne intergenealogico inconscio è oggi profondamente inceppato dalla mutazione antropologica narcisistica verificatasi tra gli anni Settanta e Novanta. Lo spirito di sacrificio, che è insito nella prospettiva educativa fra le generazioni, è minacciato dal desiderio narcisistico di assolutezza personale, di autoreferenzialità totale, ovvero dall’idea che il genitore basti assolutamente a se stesso e non abbia bisogno dei figli, e che quindi il suo desiderio nei loro confronti non sia necessario, se non nei termini narcisistici che vorrebbero mantenere i figli all’interno del solco che gli stessi genitori hanno tracciato. (pp. 148-149). 

 La scarsa attenzione nei confronti dei più piccoli e delle nuove generazioni registrata durante l’emergenza sanitaria, dunque, è il frutto di un percorso sbagliato iniziato almeno tre decenni fa e che ha trovato, nell’epidemia, un terreno fertile per germogliare ulteriormente, e drammaticamente. È questo che ha permesso e continua a permettere che tantissimi si siano schierati, e si schierino ancora "contro ogni forma di riapertura, senza proporre soluzioni alternative accettabili. La didattica a distanza, ovvero la scuola dietro a un monitor, non consentendo la formazione di una vera comunità di apprendimento che permetta il confronto in carne e ossa (l’assenza dei corpi impedisce quell’osmosi sociale alla base di tutti gli apprendimenti scolastici), non può essere la soluzione ai tanti dilemmi sulla scuola, vista sempre, negli ultimi decenni, come fonte non di crescita e sviluppo sociale, ma di spreco di risorse economiche. Tant’è che, ogni volta che era necessario tagliare qualcosa nel nostro Paese, ecco che si cercava di farlo proprio nell’ambiente scolastico, ritrovandosi poi con una spesa a favore dell’istruzione tra le più basse, non solo dei Paesi OCSE, ma addirittura del mondo […]. Per comprendere le conseguenze della decisione di non riaprire le scuole, basti pensare ai piccoli dai 3 ai 6 anni, che hanno bisogno della Scuola dell’Infanzia in maniera indispensabile perché è lì che si gioca la loro possibilità di crearsi un primo attaccamento e un primo imprinting sociale: stando con gli altri compagni, vivendo le prime frustrazioni sociali all’interno di un contesto educativo gestito da personale preparato" (p. 19). 

L’augurio è che voci come quella di Novara siano sempre più ascoltate, per questa e per altre emergenze sanitarie che dovessero arrivare in futuro. E anche fuori da esse.
alle dicembre 06, 2020 Nessun commento:
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Cesare Natoli
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Questo blog si occupa dei miei principali interessi, ossia Musica, Filosofia, Scuola, Pedagogia, Psicologia e Impegno civile. L'auspicio è quello di dare un piccolo contributo, attraverso l'arte e la riflessione razionale, alla crescita della coscienza e dell'impegno civile di chi frequenterà il blog. "Il suono dell'anima" è il titolo di un mio libro di filosofia della musica pubblicato nel 2013 dall'editore Aracne
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