Il suono dell'anima

mercoledì 30 agosto 2023

Verità e Potere

 

"È forse proprio dell’essenza stessa della verità essere impotente e dell’essenza stessa del potere essere ingannevole? […] la verità impotente non è forse disprezzabile quanto il potere che non presta ascolto alla verità?"— H. Arendt, Verità e politica, p. 30

Basterebbero queste poche, lapidarie parole di Hanna Arendt a spazzare via pennivendoli, cortigiani, sacerdoti professionisti o improvvisati del politically correct. 

Almeno, così credo.

Il punto è che purtroppo, oggi, non è così. 

"Fiat veritas et pereat mundus": (sia detta la verità anche a scapito del mondo). La citazione latina è ripresa e commentata dalla stessa Arendt. Essa sottolinea, come ricordavo qualche giorno fa, la sostanziale differenza ontologica tra Verità e Potere. 

Dimenticarla è grave, sempre. Oggi più che mai. 

La direzione corrente, incoraggiata e sospinta dalla narrazione mediatica dominante è invece quella di una verità che DEVE coincidere con l'informazione. Chi non ci crede è un rettiliano, un minus habens, un no-qualcosa. E ciò a dispetto del fatto, come altre volte ho detto qui e altrove, che la filosofia occidentale ci insegna che ciò che appare non è la Verità. Ci affanniamo a spiegare Platone e il mito della caverna e la dialettica hegeliana, tanto per dirne una, salvo poi a leggere qua e là difese ad oltranza del fenomeno e del noto, senza alcun riguardo per noumeno e conosciuto. Anzi il fenomeno e il noto fanno figo, cosa vai a pensare?


E di esempi ne potremmo fare molti, moltissimi altri. Che so... Il cinema di inchiesta italiano a cavallo tra gli anni '60 e '70. Elio Petri, Florestano Vancini, lo stesso Francesco Rosi. Oggi, come verrebbero valutati? Eppure, grazie al Cielo, ci sono stati...

Non lo so...

Non ne usciremo facilmente, ammesso che se ne possa uscire.

alle agosto 30, 2023 Nessun commento:
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domenica 9 aprile 2023

DEL PROGRESSISTA MEDIO



È abbastanza interessante analizzare cosa porta quello che mi piace definire il progressista medio (uso il termine progressismo, qua, in una veste critica e degenerativa, diciamo così, a fronte di un valore originario positivo a cui rimango fedelmente legato); cosa lo porta, dicevo, ad innamorarsi di alcuni personaggi pubblici, consegnandosi giulivamente e quasi acriticamente alle loro posizioni. Non è un’operazione entusiasmante, certo, ma interessante sì.
Si potrebbe dire molto ed è impossibile essere esaustivi (ammesso che io ne abbia la capacità) specie se lo si fa in poche righe. Forse, però, si può suggerire qualche spunto.
Ci provo, riprendendo anche alcuni temi trattati in un mio libro due anni fa.

Tendo a pensare che esista, oggi, qualcosa di abbastanza radicato nell’autopercezione del progressista medio. Una percezione che lo porta a ritenersi appartenente ad una genìa elevata, il cui compito è prendere le distanze, quando non bastonare, i minus habens, i trogloditi, e così via. Comprensibile, per carità, e a volte anche legittimato da posizioni oggettivamente indifendibili della controparte di turno. Tuttavia, negli anni abbiamo assistito ad una trasformazione di tale tipologia. Un tempo, infatti (diciamo sino a trent’anni fa) tali soggetti non esitavano ad andare controcorrente; anzi, era quasi sempre così. Le masse si bevevano la prima narrazione e toccava a chi aveva – in via presunta - più strumenti critici andare oltre e smascherare l’ipocrisia, la superficie, le posizioni ufficiali. La trasformazione cui accennavo, invece, ha rovesciato la situazione: chi sa (chi dovrebbe sapere), chi capisce (chi dovrebbe capire), accetta il già detto e l’autorità, prendendo ironicamente, quando non violentemente, le distanze da chi non lo fa. Ne è un esempio il debunking selvaggio, che nella caccia al bufalaro ha assunto toni ancora più grotteschi del bufalaro vero e proprio. Ma ne è un esempio, in tal senso, anche l’usanza di blastare i webeti. Due neologismi molto tristi. Per chi non lo sapesse, significa distruggere, umiliare con sarcasmo, insultare i presunti ebeti del web. Ci sono alcuni personaggi che di questa hanno fatto quasi la loro attività principale. Peccato che ad essere oggetto del loro blasting non sono solo i presunti webeti, ma anche medici, giornalisti, filosofi, scienziati. Tutti, insomma; basta che siano contrari a ciò che essi sostengono.

La cosa veramente triste però - e torno all’inizio del post – è che questo tipo di personaggi incontra anche un certo favore. Specie in quelli che, non riconoscendosi appunto nei ‘trogloditi,’ vedono nei personaggi in questione qualcuno che incarna il loro bisogno, più o meno consapevole, di sentirsi una elité; di appartenere ad una razza elevata, superiore, per casta o censo (o semplicemente perché fa figo) che nulla ha a che fare con gli ignoranti. Con gli ignoranti e con il ‘popolino’ non c’è speranza, pensano. E si consegnano al tecnico, all’esperto, specie se fresco di parrucchiere, ben vestito, con i tempi televisivi giusti; e, soprattutto, dalla parte della narrazione dominante, della quale è spesso un convinto cantore ed apologeta. Perché è questo il cuore della questione: il sapere, nel dibattito civile, non sembra più essere al servizio della ricerca della verità oltre l’apparenza ma della legittimazione di quest’ultima. Chi non ci sta è un terrapiattista, uno sciechimista, un novaxista, un cisonoipoteriforti, e così via. Certo, già detto tante volte, le menti fragili che vedono streghe dappertutto ci sono (anzi, la loro presenza è spesso funzionale a dare ulteriore forza alla narrazione dominante). Ma dentro questi facili e preconfezionati calderoni si finisce per mettere anche chi fragile non lo è affatto, anzi.

Potremmo continuare, e a lungo. Mi fermo qua. Mi limito a concludere citando Pasolini. Lui aveva compreso (ed eravamo ancora ‘solo’ nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta) che la mutazione antropologica degli italiani, consistente nella graduale perdita di una purezza arcaica della cultura popolare, stava creando una classe e una cultura media corrotta e corruttrice. Direi che oggi, probabilmente, abbiamo a che fare con l’ultimo prodotto di quella mutazione.

alle aprile 09, 2023 Nessun commento:
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martedì 3 gennaio 2023

Ciao Nicola...

 








Dolcissimo amico mio, oggi mi lasci e ti porti via una parte della mia vita. Una parte importante, decisiva per quello che, nel bene e nel male, sono diventato. Siamo cresciuti insieme, accomunati da una passione smisurata per la musica e per il pianoforte. Abbiamo trascorso migliaia di ore a suonare, studiare, ascoltare, imprecare, desiderare il suono in tutte le sue forme. Lo abbiamo fatto seduti allo sgabello davanti a ottantotto tasti - magari improvvisando sui due pianoforti della tua casa che dava sul lago di Ganzirri, oppure aspettando di fare lezione in conservatorio, col maestro Trovato - ma anche bevendo whisky e fumando le nostre prime sigarette, spendendo la paghetta che ci davano i nostri genitori ma anche i  primi soldi lavorati dando lezioni private... Consumando ascolti di vinili a non finire, graffiandoli, risentendoli centinaia di volte. E poi commentandoli sino allo sfinimento. Così come commentavamo i concerti alla Sala Laudamo, al Vittorio, al Teatro in Fiera... A volte concordi, qualche volta no. Tu che apprezzavi di più la perfezione tecnica, io a sottolineare maggiormente la profondità interpretativa... Discussioni convulse e preziose, ripetute anche durante i viaggi per partecipare a rassegne e concorsi. Noi, che credevamo nel potere immenso dell'arte e disprezzavamo le pochezze e le miserie umane, dall'alto del nostro sentirci umili, da un lato, ma anche coscienti di seguire ideali altissimi, in parte  irraggiungibili, di profondità e perfezione artistica. Il tuo talento straordinario, le tue dita prodigiose, la tua portentosa intelligenza musicale sono state per me un modello costante di emulazione e ammirazione. Non posso - e non voglio - dimenticarti, stella luminosa. Ogni volta che toccherò il tasto di un pianoforte sarai accanto a me... E quando finirò di suonare sarai il primo cui chiederò com'è andata, se potevo fare meglio, se c'è qualcosa da sistemare. Siamo tutti nati per l'Eterno, amico mio, ce lo siamo detti tante volte. Non dimenticarlo proprio adesso...

alle gennaio 03, 2023 Nessun commento:
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domenica 8 maggio 2022

Impressioni su Ennio

 


Durante la visione dell'ottimo docufilm "Ennio" di Giuseppe Tornatore, ma soprattutto al termine di essa, mi accompagnano tre cose:

- Il tremore delle labbra di Morricone quando - e capita spesso - racconta momenti particolarmente significativi della sua vita, professionale e non. Un tremore senile, diranno i più cinici. Forse, ma non solo; il tremore di chi la musica la vive da dentro e di chi sente il suono come un prolungamento del pensiero e del sentimento.

- Il travaglio di un compositore che ha saputo convivere con l'ostracismo dell'accademia e dell'intellighenzia compositiva nazionale e internazionale, che, negli anni '60-'70, lo accusava di prostituire il suo talento per un genere musicale minore, quando non esclusivamente commerciale. Un travaglio vincente, perché Morricone è stato, anzi, un artefice e un esempio luminoso di quella contaminazione tra generi e della ricerca di una immediatezza espressiva che oggi vengono quasi unanimemente riconosciute come le caratteristiche principali della musica contemporanea. Con buona pace di chi ancora intende percorrere una direzione ostinata e contraria.
Emblema di tale tematica è il rapporto col maestro Goffredo Petrassi, cui Tornatore dedica giustamente un certo spazio, ma anche con i colleghi che accompagnarono Morricone nei sui esordi sperimentali, come Boris Porena.

- La capacità - che chi ama le sue musiche conosce bene - di un grande artigiano dell'emozione in immagine. Perché se è vero che le colonne sonore di Morricone, per sua stessa ammissione, possono vivere autonomamente, sganciate dal film per cui sono state composte, è indubbio come esse siano sapientemente legate al vissuto dei protagonisti, e alla espressività della trama e delle vicende narrate, in modo magistrale.

Emozione, travaglio, espressività. Tre elementi fusi armonicamente in un marchio di fabbrica che ha segnato la Storia della musica per cinema in modo indelebile.


alle maggio 08, 2022 Nessun commento:
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domenica 20 giugno 2021

La musica oltre il muro

 

È una poetica della speranza quella che caratterizza “Il muro” di Giuseppe Delle Vergini, recentemente pubblicato per i tipi di Pathos Edizioni. Un romanzo delicato, scritto con garbo e rispetto per un tema complesso come quello della convivenza tra ebrei e palestinesi in Terrasanta. Convivenza difficile, com’è noto, lastricata di odio, guerre, sangue. Ma il messaggio dello scrittore toscano è chiaro: bisogna provarci, sempre e comunque. 
 E ci provano, Ilda e Omar, i due protagonisti della storia. Lo fanno con la genuinità e con un comune sentire offerto loro dalla musica. È grazie ad essa che un’anziana musicista italiana di origine ebraica (sopravvissuta ai campi di sterminio) e un ragazzino palestinese riescono a piantare semi di speranza nelle loro vite. Speranza costretta a fare i conti con un muro: quello eretto a Gerusalemme (dove i due vivono) per separare ebrei e palestinesi. Ilda incontra per caso il giovanissimo flautista e ne intuisce subito la sensibilità e il talento musicale, offrendogli la possibilità di dargli gratuitamente delle lezioni Capisce, anche, che la musica può essere per lui un’ancora di salvezza; un mezzo per darsi un futuro migliore di quello, drammatico, che vive con la sua famiglia. In mezzo ad attentati, sirene e posti di blocco, Ilda e Omar costruiscono le loro oasi di pace e condivisione, durante le quali ‘suonare’ le proprie angosce e i propri tormenti, ma anche, e soprattutto, la propria voglia di dire basta all’odio e alla violenza. 
 Un libro prezioso, quindi, quello di Delle Vergini, affidato, peraltro, ad uno stile di scrittura sobrio ed elegante al tempo stesso. Prezioso come tutto ciò che contribuisce a creare spazi di riflessione su ogni tipo di muro che separa gli esseri umani: da quelli in cemento a quelli ideologici. 
Di tali spazi, oggi più che mai, si avverte un grande bisogno.
alle giugno 20, 2021 Nessun commento:
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domenica 23 maggio 2021

La Lingua madre della Corelli Jazz Band


La formazione messinese ospite della Filarmonica Laudamo  al Teatro Vittorio Emanuele


Ripartono col piede giusto i concerti dal vivo della Filarmonica Laudamo di Messina. Nell’anno in cui taglia il prestigioso traguardo delle cento stagioni, il sodalizio peloritano ha dovuto fronteggiare, come tutti gli operatori della cultura e dello spettacolo, mesi difficili di chiusure ed eventi in streaming, a causa dell’emergenza sanitaria. C’era dunque grande attesa per il concerto della “Corelli Jazz Band”, che è salita sul palco del Teatro Vittorio Emanuele (coproduttore dell’evento insieme al Conservatorio di Messina). A dirigere la compagine musicale, nata nel 2012 in seno al dipartimento di musica jazz del Conservatorio “Corelli”, le esperte mani di Giovanni Mazzarino. La band si è resa protagonista di un’ottima performance, dimostrando di muoversi perfettamente a suo agio nel repertorio proposto (brani, nell’ordine di presentazione, di Steve Swallow, Enrico Pieranunzi, Gerorge Gershwin, Gianni Basso, Giovanni Mazzarino, Richard Rodgers, Dizzy Gillespie, Victori Young, Jimmy McHugh e Jerome Kern). Anzi, l’impressione che i musicisti hanno dato è stata quella di parlare una sorta di lingua madre; e, in quanto tale, di sciorinarla con naturalezza e proprietà di linguaggio, sia stilistica che espressiva. Sembrava che non vedessero l’ora di parlarla questa lingua e di comunicare in presenza con il pubblico. Su quest’ultima impressione, confesso, non so quanto incidano le proiezioni personali dell’autore di queste brevi note e i suoi desideri di assistere finalmente a un concerto dopo tanto tempo. Sono certo, però, che si è trattato di emozioni ed aspettative condivise con il pubblico e con i responsabili della Filarmonica Laudamo, che a questa ripresa hanno dedicato uno sforzo enorme. 
Convincenti, quindi, le esecuzioni della Corelli Jazz band: trascinante nei brani in cui è lo swing a farla da padrone ma anche attenta agli equilibri sonori e alle sfumature agogiche in quelli più espressivamente delicati. Bravi tutti i musicisti, ottimamente guidati da Mazzarino (del quale è evidente il robusto lavoro di concertazione), anche se meritano una menzione speciale le due cantanti Rossella D’Andrea e Floriana Papa, che hanno messo in mostra ottima sensibilità e voce coinvolgente in due dei pezzi protagonisti della serata (“Bewitched” e “I can’t give you anithing but love”), e il sassofonista Orazio Maugeri, splendido solista in My foolish heart”. 
Applausi convinti del pubblico, al termine, e richieste, accontentate, di fuoriprogramma.
alle maggio 23, 2021 Nessun commento:
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lunedì 10 maggio 2021

L’essenzialità del superfluo – di Luciana Apicella e Sara Gandini

  

L’essenzialità del superfluo – di Luciana Apicella e Sara Gandini



Quando comincio un corso di filosofia per il triennio delle superiori, una delle prime cose che dico ai ragazzi è che la filosofia non serve a nulla. Si tratta, ovviamente, di una provocazione. L'intento è infatti quello di sottolineare il valore formativo della riflessione critica, sganciata da qualsiasi utilità 'pratica', nel senso superficiale del termine. 
Pensavo a questa cosa mentre leggevo l'interessantissimo contributo scritto da Luciana Apicella e Sara Gandini che mi permetto di riportare di seguito. Anch'esso sottolinea l'importanza - anzi, l'essenzialità appunto - di ciò che generalmente viene indicato come 'superfluo'. E non è un caso, credo, se l'attuale tessuto sociale di molti Paesi occidentali (Italia in primis) - così povero e bisognoso di filosofia - sia diventato un terreno di coltura ideale per l'atteggiamento paternalistico e autoritario dei Governi che hanno gestito e stanno gestendo l'emergenza sanitaria. Ne è un esempio lampante il 'coprifuoco', alla cui valenza simbolica sono rivolte le attenzioni di Apicella e Gandini. Con una parola non a caso tratta dalla terminologia bellica - e sappiamo quanto male abbia fatto e continua a fare in questi mesi l'utilizzo della metafora della guerra per la lotta al Virus - si vuole infatti sottolineare un aspetto che va al di là della presunta utilità (le autrici lo dimostrano anche con precisi riferimenti bibliografici) del coprifuoco stesso ai fini del contenimento del contagio. La misura assume invece il volto di una sorta di monito moralistico: un invito a 'tenere il lutto', da un lato (della serie: ci sono i morti, cosa vai a festeggiare e bivaccare di sera?) e, dall'altro - soprattutto - di eliminare il 'superfluo' dall'orizzonte delle nostre esistenze. Se, poi, i dati mostrano chiaramente che i contagi avvengono principalmente in contesti estranei al 'superfluo' stesso (lavoro e famiglia) poco importa: l'importante è eliminare il 'superfluo'. Purtroppo, però, l'uomo è tale, ad esempio nel suo differenziarsi dall'animale, proprio perché fa cose 'inutili'. La filosofia, ad esempio. Ma anche l'arte, che giustamente Oscar Wilde considerava, facendole un complimento, "completamente inutile". E come sottolineano da più di un anno voci autorevoli, ad esempio quella di Giorgio Agamben, ridurre le nostre esistenze alla semplice difesa del bios è una cosa aberrante e gravida di conseguenze nefaste. Siamo forse ancora in tempo ad evitarle. Ammesso che se ne parli sempre più.  




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Nei lunghi mesi dell’emergenza sanitaria, accanto alle sacrosante e universalmente condivise disposizioni per arginare il contagio – riassumibili nelle linee guida dell’OMS di distanziamento interpersonale, igiene delle mani, adeguato utilizzo di dispositivi di protezione individuale – sono stati adottati una serie di altri provvedimenti più ascrivibili alla sfera del mandato morale che non a quella dell’efficacia sanitaria, quantificabile e dimostrabile, delle coercizioni stesse, in una logica di progressivo restringimento dell’esistenza allo spazio dell’essenziale. Gli spazi del superfluo, insomma, sono stati progressivamente erosi, in quanto sacrificabili senza – almeno all’apparenza – eccessivi costi, limitando l’esistenza ai movimenti essenziali, tradotti per lo più nel tragitto casa-lavoro-casa. A nulla vale eccepire che gli spazi citati siano poi quelli che si sono dimostrati maggiormente impattanti in termini di diffusione del contagio, coi focolai domestici e lavorativi che rappresentano una fetta importante del totale: a chi voglia enunciare questo dato, ormai ampiamente dimostrato, si controbatte che il virus è stato portato comunque da “fuori”, intendendo con il “fuori” lo spazio della socialità extra-familiare ed extra-lavorativa, superflua, appunto, e anzi colpevolmente orientata alla ricerca del piacere. Nessuno si domanda per quale motivo il movimento dovrebbe essere unidirezionale: chi ha portato il virus in quel “fuori? Il fuori è sempre e comunque colpevole, nessuna possibilità di appello.

Alla medesima sfera etica pertiene, oggi, la querelle sul coprifuoco, accettata come misura da difendere ad ogni costo da una fetta importante di popolazione, anche al di là dell’efficacia sanitaria, della quale raramente viene chiesto conto: lo spazio della sera è lo spazio del superfluo, quindi del sacrificabile, cui peraltro a cascata si sommano una serie di effetti secondari giudicati desiderabili, in un’ottica di decoro: niente più schiamazzi notturni, niente più frotte di giovani per strada, niente più “evasione”, poiché il momento chiede contrizione, rispetto, una sorta di lutto interiore da manifestare sempre e comunque, come simbolo di adesione, e finanche strategia laterale, ma efficace,  alla lotta contro il virus. Chi osa manifestare nostalgie di quegli attimi in cui, svestiti gli abiti del lavoro, si entra in una dimensione di tempo differente, fatta di lentezza, condivisione, socialità, svago, viene bollato sbrigativamente con i più fantasiosi epiteti.

Un’interessante convinzione che si è radicata, circa il coprifuoco, è quella che la sua efficacia abbia una sorta di auto-evidenza, che non importa dimostrare, per il fatto che “ce l’hanno tutti”: questo d’altra parte è il messaggio che viene veicolato dalla quasi totalità dei media. Abbiamo voluto fare una ricerca per capire se l’assunto fosse vero, e abbiamo verificato che, dei 27 paesi dell’Unione Europea, 12 hanno adottato la misura del coprifuoco: si stratta, oltre che dell’Italia, di Austria, Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Ungheria. Quindici invece non lo hanno: si tratta di Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Svezia; ad essi si aggiungono, extra UE, Islanda, Liechtenstein, Norvegia. La maggioranza dei paesi europei, dunque, non ha il coprifuoco.

Sgomberato il campo dall’equivoco del mero dato numerico (“il coprifuoco lo hanno tutti, quindi significa che è misura efficace”), siamo volute andare oltre, consce del fatto che la nostra visione del coprifuoco quale strategia insensata, autoritaria e moralistica, molto più che sanitaria, avrebbe potuto determinare un difetto del nostro sguardo, un bias cognitivo, per così dire: abbiamo dunque voluto cercare quali fossero le evidenze scientifiche che riguardano l’efficacia del coprifuoco.

Il primo studio che abbiamo trovato è tedesco (https://www.uni-giessen.de/fbz/fb02/fb/professuren/vwl/goetz/forschung/publikationenordner/arbeitspapiere/Curfews) e valuta le differenze nella crescita dell’incidenza e nel cambiamento di mobilità tra le contee che hanno implementato un coprifuoco notturno durante il periodo di osservazione, e quelli che non lo hanno fatto. Tutti i loro modelli suggeriscono che non ci sono prove di differenze significative nella diffusione della pandemia con l’entrata in vigore dei coprifuoco notturni. Gli autori non hanno trovato prove che i cambiamenti di mobilità differiscano, con il coprifuoco notturno, e non trovano evidenze statisticamente significative che il coprifuoco notturno abbia avuto un impatto sulla diffusione della pandemia.

Uno studio francese mostra che hanno avuto addirittura effetti negativi, incentivando le concentrazioni di persone negli stessi orari

https://www.sciencedirect.com/…/pii/S016344532100044X…

Un lavoro pubblicato recentemente su MedRxiv, quindi non ancora revisionato (peer reviewed), ma presentato dal Corriere della sera come studio a sostegno del coprifuoco, presenta una ricerca condotta da alcune delle maggiori università europee e indica che in 7 paesi europei il coprifuoco notturno sembra avere avuto un effetto moderato, attorno al 13% (la chiusura delle scuole attorno al 7%) ma gli autori specificano che l’effetto stimato non è attribuibile solo al coprifuoco e che non sono stati in grado di separare gli effetti delle singole misure.

In molti paesi stanno discutendo sulle evidenze dell’efficacia del coprifuoco sulla diffusione del virus perché non sono per nulla chiare: https://www.dw.com/…/fact-check-how…/a-57172102

https://www.mcgill.ca/…/covid-19…/do-curfews-work

https://science.thewire.in/…/covid-19-curfew-spread…/

Si tratta di evidenze che rafforzano la convinzione circa l’esistenza di una sorta di frame narrativo all’interno del quale ogni misura coercitiva e costrittiva degli spazi del superfluo abbia efficacia in sé, in quanto colpisce tutto ciò che esula dal perimetro della legittimità morale (la casa, il lavoro) e che diventa pertanto sacrificabile in nome del supremo interesse della salute. Un’osservazione che trova conferma in un recente studio (https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0022103120304248?fbclid=IwAR2lFREtgiHFUIZ2Fp8LaC-GPL1KGUzvg-NlcxxnpC3TuLzEh3gLFmFJPGk#bb0295) che mostra come l’approccio moralistico agli sforzi di contenimento del virus basati sulla salute (cioè, per ridurre i decessi e le malattie da Covid-19, o eliminare il virus) ha generato asimmetrie percettive nella valutazione dei costi umani.  Gli autori hanno mostrato che gli sforzi per controllare o eliminare Covid19 siano intrisi di moralità, portando però gli individui ad accettarlo senza alcun indugio, mettendo da parte o trascurando totalmente i potenziali costi collaterali di tali sforzi, che pure esistono e sono dimostrati dall’ampia letteratura disponibile: dal mancato accesso alle cure o agli screening per altre malattie – tradotti in eccesso di mortalità per cause non Covid – a un disagio psicologico e psichico che si diffonde, colpendo con maggior intensità alcune fasce di popolazione, come per esempio i giovani e giovanissimi.

È tempo dunque di uscire da un orizzonte di senso che vede nell’approccio autoritario ed eticamente orientato l’unica possibilità di gestione della crisi pandemica, o peggio che riduce la stessa a una contrapposizione partitica e ideologica. Riaffermare l’essenzialità del superfluo, tornando all’assunto di partenza, significa volersi rifare alla definizione, mai spesso evidenziata quanto meriterebbe, che di salute dà l’Organizzazione Mondiale della Sanità come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”. La vita relazionale, la cultura, l’arte, lo sport, sono cruciali nel concorrere alla piena espressione dello stato di salute così inteso. E soprattutto nel momento in cui un vaccino efficace diventa ampiamente disponibile, i costi umani derivanti dalle strategie di eliminazione del Covid-19, come i “morti per disperazione”, possono superare gli effetti diretti sulla salute del Covid-19, ed è ora che se ne cominci a parlare.



Immagine: Luna Minor, Nostalgia dell'inutile

alle maggio 10, 2021 Nessun commento:
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Questo blog si occupa dei miei principali interessi, ossia Musica, Filosofia, Scuola, Pedagogia, Psicologia e Impegno civile. L'auspicio è quello di dare un piccolo contributo, attraverso l'arte e la riflessione razionale, alla crescita della coscienza e dell'impegno civile di chi frequenterà il blog. "Il suono dell'anima" è il titolo di un mio libro di filosofia della musica pubblicato nel 2013 dall'editore Aracne
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