martedì 1 settembre 2026

Come si inizia una guerra...


Nella notte del 31 agosto 1939, un gruppo di uomini delle SS guidato da Alfred Naujocks occupò la stazione radio tedesca di Gleiwitz, oggi Gliwice, a pochi chilometri dal confine con la Polonia. Gli uomini si presentarono come aggressori polacchi e trasmisero un breve messaggio antigermanico in lingua polacca. Sul posto fu lasciato anche il cadavere di Franciszek Honiok, arrestato dalla Gestapo il giorno precedente, stordito e poi ucciso: doveva essere la prova materiale dell’attacco.
Ma l’attacco non era mai avvenuto. O, per essere più precisi, era avvenuto soltanto come rappresentazione.
Era stato organizzato dal regime nazista all’interno della cosiddetta Operazione Himmler, insieme ad altre provocazioni di confine, per costruire davanti all’opinione pubblica l’immagine di una Germania aggredita e costretta a difendersi. La guerra era stata decisa da tempo; mancava però un racconto capace di renderla accettabile. Perché persino il Potere più brutale avverte il bisogno di presentare la propria aggressione come una necessità, la guerra che ha preparato come qualcosa che gli è stata imposta. Fu, insomma, quella che oggi chiameremmo una false flag, una guerra sotto falsa bandiera. Qualcosa che la Storia del Novecento imparerà a conoscere bene.
Il giorno successivo, 1° settembre 1939, Hitler annunciò al Reichstag che la Germania stava ormai “rispondendo al fuoco”. Intanto la Wehrmacht aveva già invaso la Polonia.
La cosa sulla quale vorrei invitarvi a riflettere non riguarda però soltanto la menzogna costruita dal regime nazista. Sarebbe troppo facile osservare da lontano un sistema totalitario, riconoscerne gli inganni quando la storia li ha già smascherati e convincerci che noi, al posto dei cittadini di quell'epoca, avremmo certamente capito tutto.
Più inquietante è leggere ciò che scriveva in quelle stesse ore il *Corriere della Sera*. Nell’edizione di venerdì 1° settembre, il giornale presentava in prima pagina le proposte di Hitler per Danzica e il Corridoio come «leali, ragionevoli ed eseguibilissime», sostenendo che fossero state «stoltamente» respinte da Varsavia e da Londra. In un articolo intitolato significativamente *Un gesto umano* si raccontava inoltre la manifestazione di una «folla immensa» davanti alla Cancelleria come spontanea espressione di devozione verso il Führer.
È qui che la vicenda diventa per noi particolarmente istruttiva. Il Potere non agisce soltanto nascondendo i fatti. Spesso li dispone dentro una narrazione preventiva, attribuisce le parti, stabilisce chi sia l’aggressore e chi la vittima, prepara le parole attraverso le quali ciò che sta per accadere dovrà essere percepito. Quando poi l’evento arriva, l’opinione pubblica possiede già la cornice entro cui interpretarlo.
Il giornale non si limitava dunque a riferire una notizia. Contribuiva a costruire il mondo nel quale quella guerra poteva apparire ragionevole, inevitabile e persino difensiva.
Oggi sentiamo nuovamente parlare con una frequenza inquietante di possibili incidenti, sconfinamenti, sabotaggi e *casus belli* capaci di aprire scenari di guerra ancora più terribili di quelli che già abbiamo davanti agli occhi. Certo - preveniamo le critiche dei debunker antibufalari alla moda - sarebbe irresponsabile affermare in anticipo che ogni episodio sia falso o fabbricato. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile accettare immediatamente la prima versione che ci viene consegnata, soprattutto quando quella versione può servire a giustificare decisioni già maturate altrove.
Non fidarsi ciecamente dell’informazione non significa pensare che tutto sia falso o credere automaticamente al contrario di ciò che viene detto. Anche questa sarebbe una forma di ingenuità. E spesso lo è, per la gioia dei tanti progressisti medi che si sentono appartenenti ad una genia elevata perchè credono di distinguersi - pensano loro - "dagli zalli 'nzivati che vedono streghe dappertutto". Significa, invece, imparare a sospendere il giudizio, confrontare le fonti, osservare chi parla, domandarsi quali conseguenze politiche produca una determinata narrazione e, soprattutto, chi abbia interesse a farcela apparire come l’unica possibile.
La notte di Gleiwitz ci ricorda che una guerra può cominciare molto prima che i carri armati attraversino una frontiera. Può cominciare nelle parole con cui viene preparata, nei titoli dei giornali, nel clima costruito ad hoc per mesi o per anni. Può cominciare quando un fatto ancora oscuro viene immediatamente chiuso dentro un racconto dal quale sembra non esserci più modo di uscire.
Per questo conoscere la storia non serve soltanto a ricordare ciò che è accaduto. Serve soprattutto, come ci diciamo sempre, a conoscere l'oggi, e a non consegnare ad altri il diritto di dirci troppo in fretta che cosa stia accadendo

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