Il concerto-performance "Di passaggio. Risonanze e interferenze per Franco Battiato", nato come momento conclusivo del corso "Luce umbrale" del DAMS dell'Università degli Studi di Messina, ha trasformato il cortile del Rettorato in uno spazio in cui la conoscenza è diventata esperienza estetica, ascolto e condivisione.
Ci sono concerti che si limitano a riproporre un repertorio. E ce ne sono altri che, pur partendo dalla musica, raccontano qualcosa di più profondo. "Di passaggio. Risonanze e interferenze per Franco Battiato", andato in scena nel suggestivo cortile del Rettorato dell'Università degli Studi di Messina come evento conclusivo del corso "Luce umbrale", è appartenuto decisamente a questa seconda categoria.
Lo ha chiarito fin dalle prime parole Enzo Cicero, docente al Cospecs di Messina, ideatore del progetto, insieme a Dario Tomasello (anch'egli docente presso lo stesso dipartimento accademico dell'Università peloritana) e protagonista della serata alla voce e alla chitarra: «Se una canzone vive davvero quando viene eseguita davanti a una collettività, nella speranza di trasformare le individualità, allora bisognava provare a farla accadere qui.»
In questa frase era già racchiuso il senso dell'intera iniziativa. Non un concerto concepito come semplice esecuzione musicale, ma un'esperienza condivisa, nella quale il sapere maturato durante il corso trovasse il proprio naturale compimento nell'incontro con il pubblico. Un momento in cui la riflessione teorica si aprisse all'esperienza estetica, dimostrando come la formazione universitaria non si esaurisce nell'aula, ma continui attraverso la pratica artistica, il dialogo e la partecipazione.
Fin dal titolo era chiaro che non ci si trovava di fronte a un semplice tributo. Di passaggio è infatti una delle espressioni più emblematiche dell'universo poetico di Franco Battiato: l'uomo come viandante, il sapere come attraversamento, la vita come continua ricerca. Non un punto d'arrivo, dunque, ma un percorso.
La stessa introduzione di Enzo Cicero sgombrava subito il campo da ogni possibile equivoco: «Non abbiamo la pretesa di restituire Battiato come si deve: sarebbe impossibile.» Un'affermazione che non suonava come una giustificazione, ma come la premessa indispensabile per comprendere il progetto. Nessuno avrebbe potuto riprodurre l'irripetibile universo del cantautore siciliano. Si trattava piuttosto di entrarvi con rispetto, lasciandosi guidare dalla sua poetica più che dalla ricerca dell'imitazione.
È forse il passaggio più significativo del suo intervento quando definisce la serata «non una celebrazione immacolata, ma un gesto condiviso, nato dallo studio, dall'ascolto e dal piacere di suonare insieme». In queste parole c'è il senso autentico dell'intero progetto: la musica come naturale prosecuzione dello studio universitario, la cultura come esperienza che prende corpo nella relazione con gli altri.
Ed è esattamente ciò che è accaduto.
La scelta dei brani ha costruito un itinerario coerente attraverso alcune delle pagine più rappresentative del repertorio battiatiano: "Di passaggio", "Cucurrucucù", "Segnali di vita", "L'ombra della luce", "Centro di gravità permanente", "Bandiera bianca" e "L'era del cinghiale bianco" hanno rappresentato altrettante tappe di un viaggio capace di attraversare le molte anime dell'autore: quella ironica, quella visionaria, quella spirituale e quella più apertamente critica nei confronti della società contemporanea.
L'aspetto forse più interessante della serata è stato però un altro.
L'università ha mostrato concretamente come il sapere non sia confinato all'aula. La riflessione teorica maturata durante il corso ha trovato il suo naturale completamento nell'esperienza estetica. La conoscenza si è fatta ascolto, presenza, emozione condivisa. In questo senso il concerto non è stato semplicemente la conclusione di un insegnamento universitario: ne è stato il compimento.
È una lezione importante, soprattutto in un tempo in cui il sapere rischia spesso di ridursi ad accumulo di informazioni. Qui, invece, la cultura si è mostrata come esperienza vissuta, capace di coinvolgere insieme intelletto, sensibilità ed emozione.
A rendere credibile questa prospettiva è stato anche il lavoro dell'ensemble.
La direzione di Cicero ha garantito equilibrio e coesione a un gruppo formato da musicisti con sensibilità differenti, capaci però di convergere in un unico progetto espressivo.
Accanto a Enzo Cicero si sono alternati gli interventi di Antonella Caruso al basso, sempre precisa nel sostenere la struttura ritmica, di Dario Tomasello alla batteria, misurato e mai invasivo, (oltre che efficace nei dialoghi con Cicero, tra un brano e l'altro) di Emanuele Fazio alla chitarra, autore di sonorità eleganti e rispettose degli originali, di Mattia Spanò alle tastiere, chiamato probabilmente al compito più delicato, quello di evocare quelle atmosfere elettroniche e sospese che costituiscono uno dei tratti distintivi dell'universo dell'artista siciliano.
Particolarmente efficace anche il contributo di Francesca Merlino al violino, il cui timbro ha aggiunto profondità lirica a diversi momenti della serata, mentre la voce di Maria Rita Chierchia ha dialogato con quella di Enzo Cicero senza mai cercare effetti spettacolari, ma privilegiando la misura e l'intensità interpretativa.
Nessuno ha cercato il virtuosismo fine a sé stesso. Nessuno ha inseguito la copia dell'originale.Ed è probabilmente questa la scelta più riuscita.
Le parole iniziali di Enzo Cicero trovavano così conferma durante tutto il concerto. Quello offerto al pubblico non è stato un omaggio "perfetto" in senso filologico o professionistico, ma qualcosa di forse ancora più prezioso: un omaggio autentico, sincero e profondamente rispettoso della poetica di Franco Battiato. Una serata in cui il valore dell'iniziativa non risiedeva nella ricerca dell'imitazione, bensì nella capacità di restituire un pensiero, un modo di guardare il mondo, una tensione continua verso ciò che trascende l'immediato.
In fondo, chi conosce davvero il cantautore siciliano sa che il centro della sua opera non è mai stato soltanto la musica. Era piuttosto il pensiero che la attraversava: l'invito costante a guardare oltre l'apparenza, a coltivare uno sguardo diverso sul mondo, a non smettere di interrogarsi.
Poco prima dell'inizio del concerto, Enzo Cicero aveva anticipato che tra un brano e l'altro ci sarebbero state «brevi interferenze, pensate non per spiegare le canzoni, ma per dischiudere qualche varco di ascolto». È probabilmente questa l'immagine che meglio sintetizza l'intera serata. Non offrire interpretazioni definitive, ma aprire possibilità di ascolto, di riflessione, di condivisione. È ciò che Franco Battiato ha sempre chiesto alla sua musica. Ed è ciò che, con intelligenza e sensibilità, questo progetto nato all'interno dell'Università di Messina è riuscito a trasmettere.
Nel cortile del Rettorato, sotto il cielo estivo della città dello Stretto, il pubblico ha assistito a qualcosa che è andato oltre il concerto. Ha visto una comunità universitaria trasformare il sapere in esperienza, lo studio in pratica artistica, l'apprendimento in un gesto collettivo. Ed è forse proprio questa la lezione più significativa lasciata da "Di passaggio": ricordare che la cultura è davvero viva quando nasce nelle delicate e preziose dinamiche dell'aula, certo, ma anche e soprattutto quando è capace di uscirne, incontrando le persone e diventando occasione di crescita condivisa.






