mercoledì 29 luglio 2026

Antigone a scuola. Quando la norma dimentica la Persona. Legge, giustizia e relazione nella comunità scolastica

 


Tempo fa mi chiesero di scrivere un contributo per un convegno dedicato all’armonia nella comunità scolastica. Pensai, quasi subito, ad Antigone. Pensai, cioè, a come un rapporto maturo, morale – nel senso più profondo del termine – con la norma, con i regolamenti, di cui la Scuola è sempre più zeppa, possa contribuire a rendere la Scuola stessa una comunità virtuosa, più accogliente.
Certamente non è l’unica strada. Tuttavia, credo valga la pena percorrerla. Questa mia convinzione si basa sul fatto che spesso nel mondo scolastico le norme, ma soprattutto la loro assolutizzazione, il loro essere considerate un parametro quasi esclusivo nei rapporti tra i vari soggetti della Scuola ostacolino la creazione di una comunità umanamente virtuosa. Una comunità che si incontra, appunto. Ciò vale nei rapporti di tipo orizzontale; tra pari intendo, tra colleghi, ad esempio. Ma emerge in modo più corposo in quelli di tipo verticale: tra docenti e alunni o tra docenti e dirigente.
Nella mia esperienza ho sempre notato che le comunità scolastica più serene sono quelle in cui la norma, le regole vengono dopo il rapporto umano e non viceversa. Mentre, al contrario, quelle meno ‘accoglienti’ risultano caratterizzate da un clima dirigistico e intransigente sul piano normativo. Chiariamo: questo, ovviamente, non significa fare un’apologia dell’anarchia. La norma è necessaria. Ma non va assolutizzata; non bisogna fare di essa, ripeto, il parametro esclusivo di rapporti che, prima di tutto, si instaurano tra Persone, non tra soggetti giuridici astratti. Anche perché, se ci fate caso, la rigidità della norma tende a colmare una lacuna relazionale… Sia tra docente e studente che tra dirigente e docente o addirittura tra colleghi. Si pensi solo, nel caso della valutazione degli studenti, al voto di condotta, sempre più affidato a griglie e schemi numerici che mortificano la dimensione umana e quella della valutazione pedagogica e situazionale dei consigli di classe.
Ecco, su questo, la lezione di Antigone è formidabile, e ci dà uno spunto coerente per sollecitare una riflessione sul rapporto con le norme a Scuola.
Del resto, è noto come le tragedie e i miti classici possano suggerire letture e analisi di un Reale molto distante nel tempo che il mito aiuta a comprendere in modo sostanziale. 
La storia la conoscete: Antigone disobbedisce alle leggi di Creante, che vietava di dare sepoltura a coloro che erano considerati nemici della città; e lo, cercando di dare sepoltura al fratello, appellandosi alle superiorità delle leggi non scritte su quelle stabilite da Creonte stesso (ossia quelle dello Stato).
Ora, qual è il messaggio che Antigone lancia nei secoli, sino a raggiungere anche noi? Esso consiste nell’ammonimento, che la legge positiva, il nomos stabilito dagli uomini non coincide necessariamente con Dike, con la giustizia. Con Antigone, cioè, il ‘potere’ mostra una sua intrinseca impotenza. Ella contesta la pretesa della legge di essere autonoma, incondizionata.
Questo, tuttavia, non significa che la legge, simboleggiata da Creonte, non abbia alcun valore. Sbaglierebbe chi operasse una semplificazione in questi termini. Antigone non è separabile da Creonte: la loro dialettica, non trova una sintesi superiore. Sofocle ci presenta un dualismo insanabile, e, facendo questo, obbedisce alla legge del tragico, dell’assenza di soluzione. Tuttavia, il tragico ci interroga, ci indica un percorso. Nel caso dello scontro tra Antigone e Creonte, la strada è quella di un dialogo tra due istanze antitetiche: le leggi della città e quelle ‘non scritte’. La legge, cioè, e la sua contestazione. Due dimensioni che non devono essere rigidamente separate. Se ciò avviene, ci ricorda Sofocle, la catastrofe è dietro l’angolo.
Ora, questo la cultura occidentale, soprattutto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi, lo ha recepito. È stata cioè acquisita una visione secondo la quale le norme giuridiche progrediscono attraverso la frizione con la loro stessa contestazione. È per questo, ad esempio, che, sono nate le corti costituzionali o i tribunali internazionali. Organi che vigilano sulla legittimità delle norme giuridiche. Ovviamente non è un caso che ciò sia avvenuto nel secondo dopoguerra. L’Occidente aveva infatti sperimentato drammaticamente gli effetti nefasti dello statalismo, della cieca obbedienza a norme – si pensi solo alle leggi razziali varate in Germania e in Italia – il cui pieno rispetto autorizzava discriminazione e violenza. Si è compreso, dunque, che il legislatore non deve godere di una fiducia incondizionata, e che il diritto e la giustizia devono dialogare, pur a fronte del loro situarsi in orbite originarie distinte. Fondamentale, in tal senso, ricordare la lezione di Hannah Arendt sulla banalità del male. Su come le azioni più malvagie possano talora essere causate da chi obbedisce pedissequamente a delle direttive, senza chiedere a sé stesso altro se non la loro cieca ed acefala esecuzione.
il senso e laLa contestazione civile della legge, quindi, fa parte della nostra cultura. Massimo Cacciari, ad esempio, nella sua lunga meditazione sull’Antigone, ha evidenziato molto bene questo aspetto: nel ricordare la legittimità della posizione di Creonte, che teme la dissoluzione della Polis, egli sottolinea come il diritto positivo, privo di una riflessione critica sul senso del suo operare, rischi di diventare autoreferenziale; e lo diventa anche dietro la facciata o la giustificazione che l’obiettivo, il fine ultimo, è l’utilitas, il ‘bene collettivo’. Che, se ci fate caso, è lo strumento che viene tirato fuori ogniqualvolta si applicano norme astratte che mortificano l’individualità o le Persone
Antigone, con la sua intransigente presa di posizione, stimola una nuova gerarchia delle fonti: prima viene l’ordine delle leggi non scritte, poi quello del nomos politico. Lo stesso Creonte va in questa direzione, nell’ultima parte della tragedia, quando, consigliato da Tiresia, decide di andare a liberare Antigone. Ma lo fa troppo tardi, con il risultato che conosciamo.
Tra Lex e Ius, insomma, occorre dialogo. Guai a non considerare il complesso relativismo della Legge umana; la cui necessità è indiscutibile (e in questo risiede la legittimità della posizione di Creonte – che tutto è tranne che un barbaro tiranno) ma che deve fare necessariamente i conti con le sue imperfezioni e con il fluire del contesto in cui le leggi stesse trovano applicazione. Il dibattito, il confronto sulle leggi è salutare ed è imprescindibile nelle società democratiche. La sua legittimità, però, non è mai conquistata una volta per tutte.
Lo abbiamo sperimentato negli anni della pandemia, e lo abbiamo sperimentato, drammaticamente, anche a Scuola. Molte volte, troppe volte abbiamo rischiato di cadere nell’intransigenza di Creonte dinanzi a provvedimenti normativi restrittivi presi in una situazione emergenziale; in una situazione, cioè, in cui giocoforza la lucidità può essere compromessa e le norme possono risultare lacunose, non necessariamente ‘giuste’, nel pieno senso della parola. Ecco, in momenti come questi, il modello di Antigone, il suo amore per il caso singolo, mortificato da decisioni prese, in via presunta, per il bene collettivo, sono state salutari. Non è mancato, però, chi ha condannato senza appello tali atteggiamenti, rifugiandosi in una chiusura di matrice creontea.
E permettetemi di sottolineare anche un altro aspetto, a cui tengo molto: non credo sia un caso se le voci critiche sulle restrizioni e sulla lacunosità delle norme emergenziali siano spesso venute da donne. La tragedia greca ci viene ancora una volta in soccorso, in tal senso, perché in essa ogni volta che si tratta di difendere la philia a farlo sono delle donne: Antigone, appunto, ma anche Medea, Clitemnestra, Elettra.
Occorre dunque riflettere ancora a lungo e profondamente sul modello antigoneo. Riflettere, non adottarlo integralmente; il che rischierebbe di far coincidere il nostro operare con una posizione solipsistica forse sterile, questo sì. Tragica, appunto. Tuttavia, credo che non tenere conto di ciò di cui sono portatrici Antigone e altre eroine greche sia oggi estremamente pericoloso e comporti due rischi: in primo luogo, disconoscere la legittimità del concetto di disobbedienza civile, che anche dal gesto dell’eroina trae origine. E disconoscerlo, peraltro, in un momento storico in cui si assiste spesso ad una preoccupante assenza di pensiero nel rispetto delle norme imposte dal potere politico. In secondo luogo, si rischia di rimuovere la sua straordinaria potenzialità di contrapporre l’inedito all’orizzonte precostituito; di essere portatrice, cioè, di un sapere dell’alterità di cui abbiamo e avremo sempre bisogno. E di tale sapere è lo stesso elemento femminile ad esserne la matrice originaria.
Le eroine tragiche hanno anche un paradigmatico legame con l’indignazione. Esse sono indignate a causa di offese arrecate dal potere. In ciò il loro messaggio. E il fatto che siano donne, ripeto, non è un caso. È il segnale del contributo decisivo del femminile alla civiltà e a un rapporto con la norma che voglia dirsi autenticamente civile. Ed è, ripeto, un contributo d’amore. Com’è noto, infatti, a Creonte che afferma: «Il nemico non è mai amico, nemmeno dopo morto», Antigone, nel celebre verso 523, replica: «Non sono nata per condividere l’odio, ma per amare con chi ama».” L’amore di cui si fa portatrice Antigone tende alla condivisione, all’inserimento della philia nella Polis: veicola cioè, come ha sottolineato Simone Weil che ama molto Antigone, considerandola una delle sue principali ‘figure della resistenza’, veicola, dicevo, un elemento fraterno nel tessuto della polis. O perlomeno, tende a farlo. In ciò la sua natura rivoluzionaria. Una natura che, per i greci del V secolo a. C., solo una donna poteva simboleggiare.
Antigone ci ricorda l’esistenza di un ordine che trascende l’esistenza e le norme della polis. Ci ricorda, come afferma ancora Cacciari, che per il potere a volte è meglio balbettare che non decidere. E che sicuramente, ripeto, è un errore credere di poter far coincidere il diritto positivo con la giustizia. Un errore grave. A cui molti, troppi, non sfuggono. In questo il valore della posizione di Antigone. Nel sottolineare il rischio di seguire ciecamente una giustizia astrattamente collettiva e intransigente; una giustizia alla quale deve sostituirsi, come gli stessi greci ci insegnano, la parola dialogata e persuasiva. La parola di Atena, fondatrice dell’Aeropago.
Ecco, per questo, il valore del messaggio di Antigone rimane. E può trovare ascolto in ogni contesto ‘politico’, nel senso alto del termine. Dunque anche a Scuola. E il fatto che si sia parlato di misoginia in Creonte e nella Grecia classica, incoraggia a sottolineare il contributo che il femminile può dare invece alla crescita del tessuto sociale. Considerato che la maggior parte del mondo docente è composto da donne possiamo essere ottimisti, credo, no? E, per sottolineare una salutare e feconda diversità introdotta dal femminile – questa volta a proposito della percezione del tempo – mi piace concludere con una citazione dalla Clitemnestra scritta qualche anno fa da Luciano Violante:


Avevo atteso dieci anni
E gli uomini mi chiesero
come hai fatto ad attendere
Dieci lunghissimi anni
Perché gli uomini
conoscono solo il tempo precipitoso
dell’azione e, poveri ignari,
non conoscono il tempo delle donne,
Che è tempo di pensiero
Quindi di attesa,
diverso dal loro

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