domenica 23 agosto 2026

Quando la guerra diventa pensabile

Qualche giorno fa Massimo Giannini ha scritto su Repubblica che difendere l'Ucraina sarebbe anche «l'occasione per forgiare nel fuoco della battaglia un vero progetto di difesa europea».
Mi sono fermato su quelle parole. Soprattutto su quel forgiare nel fuoco della battaglia. Perché le parole non sono mai innocenti, specie quando si parla di guerra. E perché – soprattutto – da qualche tempo sta accadendo qualcosa che meriterebbe molta più attenzione di quella che gli stiamo dedicando. Credo sia infatti evidente che in tanti stiano spingendo per normalizza l’idea della guerra.
Non alla guerra che esiste già, naturalmente, e che in Ucraina, ad esempio, o a Gaza – ma non solo, ovviamente – ha prodotto e continua a produrre morte e distruzione. Mi riferisco alla guerra come possibilità che riguarda direttamente noi europei, come orizzonte futuro al quale sarebbe necessario prepararci. È questa la cosa che trovo inquietante. Non tanto la discussione sulla sicurezza europea, che qualcuno potrà trovare più o meno legittima (per me non lo è, anzi la trovo folle) quanto per la facilità con cui il discorso pubblico sembra progressivamente assumere come proprio un vocabolario che fino a pochi anni fa sarebbe apparso difficilmente pronunciabile.

E allora le parole di Giannini diventano tristemente interessanti proprio perché, forse, dicono qualcosa che va oltre le intenzioni di chi l'ha scritta. La guerra non è più soltanto una sciagura che può rendersi necessaria per difendersi; diventa il fuoco nel quale forgiare qualcosa. Acquista cioè, sia pure indirettamente, una funzione generatrice. Ed è qui che la memoria dovrebbe cominciare a inquietarci.
Non voglio proporre facili analogie storiche. Il 2026 non è il 1914, ovviamente, e l'Europa di oggi non è quella degli imperi e sarebbe ingenuo sovrapporre situazioni geopolitiche profondamente diverse. Ma la Storia, per chi conosce la lezione di Vico, serve anche a riconoscere atteggiamenti, linguaggi, meccanismi collettivi che abbiamo già incontrato. E, di conseguenza, ad evitare che si riattivino dinamiche perverse.
Alessandro Barbero lo ha ricordato qualche mese fa, richiamando proprio il clima che precedette la Prima guerra mondiale. Non perché fossimo alla vigilia di una sua sicura replica, naturalmente, ma perché anche allora la guerra era entrata nell'immaginario europeo molto prima di entrare nella vita degli europei. Se ne parlava, la si prevedeva, la si considerava prima o poi inevitabile. E, mentre la si attendeva, ci si armava.
Cristo santo ma come si fa non essere consapevoli del fatto che le guerre non cominciano soltanto quando parte il primo colpo? Prima che possano essere combattute, soprattutto nelle società che hanno conosciuto sulla propria pelle ciò che significa una guerra mondiale, devono diventare pensabili. Bisogna che l'idea stessa del conflitto perda progressivamente quella dimensione di assoluta inaccettabilità che aveva acquistato dopo il 1945. Un’idea sulla quale tutti coloro che l’hanno vissuta, e i loro figli, e i loro nipoti sono – siamo – stati educati.

E ora, invece? Ora si parla sempre più spesso della possibilità di una guerra europea come di uno scenario con il quale dovremo fare i conti. La minaccia russa viene raccontata sempre più frequentemente non semplicemente come un problema geopolitico da affrontare con le armi della diplomazia, ma come la premessa di un futuro conflitto per il quale occorrerebbe prepararci. Ed è precisamente qui che la comunicazione diventa decisiva, grazie a pennivendoli o individui senza scrupoli. Perché una cosa è analizzare una minaccia – ci sta – altro è costruire intorno ad essa un immaginario dell'inevitabile.
Non occorre molto per accorgersene. Occorre, al contrario, fare quello che dovrebbe ogni pensiero critico: chiedersi se tra i fatti e la narrazione che li organizza non esista uno spazio che rischiamo di perdere. Non mi stancherò mai di pensarlo e di dirlo, porca miseria.
È una questione sulla quale torno spesso, anche parlando con i miei studenti. E lo farò fino alla noia. La nostra epoca sembra avere sviluppato una straordinaria insofferenza per tutto ciò che complica le rappresentazioni dominanti. La complessità viene percepita quasi come una forma di reticenza e non un’ancora di salvezza per leggere il Reale. Se introduci una distinzione, se provi a ricostruire una genealogia, se cerchi di capire gli interessi che si muovono dietro una determinata rappresentazione della realtà, rischi immediatamente di essere collocato da una parte o dall'altra.

È una delle eredità peggiori degli ultimi anni: l'idea che cercare ciò che sta dietro l'apparenza significhi necessariamente negare ciò che sta davanti ai nostri occhi. Un manicheismo tristemente à la page, cui il clima culturale, politico e sociale degli anni pandemici ha fornito un assist tremendamente efficace.
E ciò nonostante il fatto – e anche qui c’è da incazzarsi parecchio – che la nostra cultura nasce da dinamiche opposte. Da Platone e dal mito della caverna, tanto per dire. La filosofia, cioè, lo sguardo critico sulla realtà, comincia esattamente quando l'uomo smette di considerare evidente ciò che gli viene presentato come tale e si domanda che cosa vi sia dietro. Non per immaginare complotti ovunque — esistono naturalmente anche le menti che vedono streghe dietro ogni angolo — ma perché pensare significa precisamente questo: non accontentarsi della prima rappresentazione disponibile della realtà. Questo vale anche per la guerra.
Dovremmo chiederci, ad esempio, perché oggi sia diventato così importante convincere gli europei della necessità di prepararsi a un conflitto. E dovremmo poterci chiedere quali interessi economici e geopolitici accompagnino questa trasformazione senza che la domanda venga immediatamente liquidata come complottismo.

Il Potere, del resto, non deve essere immaginato come una cupola di uomini che si riuniscono segretamente intorno a un tavolo. Sarebbe una rappresentazione infantile. Il potere contemporaneo è molto più impersonale e molto più pervasivo. È fatto di interessi che si intrecciano, apparati industriali, strategie geopolitiche, sistemi finanziari, governi, grandi gruppi economici, industrie militari, sistemi dell'informazione. Non è necessario che tutti perseguano consapevolmente lo stesso progetto perché, in un determinato momento storico, interessi differenti finiscano per convergere nella medesima direzione.
E il riarmo europeo – unitamente all’altra follia di ripristinare il servizio di leva obbligatorio – muove interessi enormi. Sarebbe sorprendente se proprio questo fosse l'unico ambito della vita pubblica nel quale gli interessi economici non avessero alcun peso.
Ma c'è qualcosa che mi preoccupa ancora di più degli interessi materiali, ed è il cambiamento culturale che li accompagna.

Giannini, del resto, non è una voce isolata. Espressioni che fino a pochi anni fa avrebbero provocato almeno un certo disagio, quando non una ferma condanna, stanno comparendo con sempre maggiore naturalezza nel discorso pubblico italiano e internazionale.
Nathalie Tocci, politologa sulla quale, negli anni scorsi, nessuno avrebbe detto che avesse nostalgie belliciste, ha scritto ad esempio sul Guardian che, con «la Russia alla porta», l'Europa deve costruire una propria way of war, un proprio modo di fare la guerra. Il presupposto è che le ambizioni imperiali russe comincino dall'Ucraina ma non finiscano lì e che, venendo progressivamente meno la garanzia americana, l'Europa debba imparare a difendersi autonomamente.
Si può condividere o meno questa analisi geopolitica. Personalmente non la condivido minimamente, perché alla Russia, secondo me, di conquistare l’Europa non importa un fico secco. Ma ripeto, non è questo il punto. La cosa drammatica e che dovrebbe farci incazzare è il fatto che way of war sia tornata a essere un'espressione pronunciabile, quasi tecnica, all'interno del normale discorso politico europeo. Dovremmo inorridire, cioè, e molti, troppi non lo fanno, dinanzi al fatto che la società cominci ad abituarsi a pensare sé stessa attraverso categorie di questo genere.
Ancora più irritante, per certi aspetti, è il caso di Antonio Scurati, lo scrittore che con il ciclo di M ha raccontato la tragedia del fascismo (ma lo ha fatto, a mio modesto avviso, in modo pessimo e caricaturale) e che ha dedicato alla guerra una parte importante della propria riflessione. Nel marzo dello scorso anno si chiedeva – sempre, guarda caso – dalle pagine di Repubblica: «Dove sono ormai i guerrieri d'Europa?». E constatava quella che definiva la «svanita combattività» di popoli pacificati da ottant'anni, ricordando che per fare la guerra non bastano le armi: servono uomini e donne capaci e disposti a usarle. Dico, ma scherziamo?!
Scurati ha poi precisato il senso delle proprie parole, rivendicando il valore del pacifismo europeo e parlando delle armi come extrema ratio per la difesa della democrazia. Ed è giusto ricordarlo. Ma è proprio questa precisazione, paradossalmente, a rendere la questione ancora più interessante. Perché il problema non è stabilire chi sia guerrafondaio e chi non lo sia. Sarebbe ricadere esattamente in quella semplificazione che sto cercando di contestare. Il problema è il clima culturale che si sta formando.
Giannini parla del «fuoco della battaglia» nel quale forgiare l'Europa. Tocci della necessità di costruire una nostra way of war. Scurati si domanda dove siano finiti i «guerrieri d'Europa» e lamenta la perdita della combattività di popoli pacificati da ottant'anni. Per non parlare di esponenti politici – di cui non voglio nemmeno scrivere i nomi – che fanno del riarmo e dello spauracchio russo i loro vessilli.
Tutti soggetti che spingono nella stessa direzione. E che provano a cambiare il linguaggio.
E allora torno inevitabilmente al 1914 (senza dimenticare che lì, sì, c’era un mondo di sinistra che, insieme alla Chiesa, si opponeva decisamente alla guerra…)

Anche allora non ci fu un'unica ‘centrale’ della propaganda che convinse improvvisamente gli europei ad amare la guerra. Ci fu qualcosa di più complesso e, forse, proprio per questo più pericoloso: si formò progressivamente un clima culturale nel quale la guerra cominciò ad apparire possibile, poi probabile, infine inevitabile. Scrittori, giornalisti, intellettuali, governi, militari contribuirono in modi diversi alla costruzione di quell'immaginario. Pensiamo agli sproloqui dei futuristi, di D’annunzio e degli altri interventisti. Non tutti volevano la stessa guerra e non tutti la volevano per le stesse ragioni. Molti, probabilmente, non la volevano affatto. Ma finirono per parlare un linguaggio nel quale essa aveva ormai trovato posto.
E sappiamo che cosa accadde quando la guerra arrivò davvero, e di come molti interventisti della prima ora cambiarono decisamente idea, una volta messo piede in trincea…
Per questo trovo particolarmente inquietante sentir parlare oggi della pace europea durata ottant'anni quasi come se avesse prodotto una carenza, una perdita di combattività da correggere. Quella «svanita combattività» potrebbe essere letta esattamente al contrario: come uno dei più straordinari risultati politici e culturali ottenuti dall'Europa dopo essersi quasi distrutta due volte nel giro di trent'anni.
Non abbiamo bisogno di tornare a essere guerrieri. Anzi, forse abbiamo bisogno di ricordare perché avevamo deciso di non esserlo più.

Per decenni, del resto, l'Europa ha costruito una parte importante della propria identità proprio sull'idea che la catastrofe delle due guerre mondiali non dovesse ripetersi. Non era pacifismo ingenuo ma memoria, cazzarola, memoria! Era la consapevolezza, conquistata attraverso decine di milioni di morti, che esistono processi storici che, una volta messi in moto, nessuno è più realmente in grado di governare.
La Prima guerra mondiale dovrebbe avercelo insegnato più di qualsiasi altra cosa.
Fu la madre di quasi tutte le sciagure del Novecento. Senza quella carneficina è difficile immaginare ciò che venne dopo: la destabilizzazione dell'Europa, la brutalizzazione della politica, i totalitarismi, il nazismo e infine un'altra guerra ancora più spaventosa. E tutto ebbe inizio in un continente che, per molti aspetti, si considerava al culmine della propria civiltà.
Quello che più colpisce, per restare all'estate del 1914, è proprio questo. Gli uomini che misero in moto quella macchina non avevano deciso di distruggere l'Europa. Ognuno pensava di difendere qualcosa, di prevenire una minaccia, di non poter arretrare, di dover rispondere alla mossa dell'altro. Ciascuno aveva le proprie ragioni e ciascuno, probabilmente, pensava che la guerra potesse ancora essere controllata. Ma non lo fu, endò in modo terribilmente diverso.

Per questo mi inquieta il ritorno di un linguaggio nel quale la guerra torna ad avere qualcosa da offrirci: può forgiare l'Europa, darle finalmente una difesa comune, forse persino un'identità politica che non è riuscita a costruire in tempo di pace. E attenzione: non si commetta l’errore di farne un discorso di destra e sinistra. Sul riarmo e sulla guerra esiste una quasi totale e trasversale convergenza del panorama politico nazionale e forse anche internazionale. Tutti uniti nel difendere un'idea antica e terribile, ma che dovrebbe darci come minimo il voltastomaco. A me lo dà, come lo danno quelli che ne parlano
Non siamo ancora al «guerra sola igiene del mondo» di Marinetti, naturalmente. E non avrebbe senso stabilire equivalenze grottesche tra un editoriale di oggi e il futurismo interventista di più di un secolo fa. Ma proprio perché conosciamo quella storia dovremmo percepire immediatamente il pericolo contenuto nell'idea che dalla guerra possa nascere una rigenerazione.
È così che le società cominciano a fare pace con la guerra. Non decidendo improvvisamente di volerla, ma smettendo poco alla volta di considerarla intollerabile.
Forse è questo che dovremmo chiedere oggi alla Storia: non di dirci se la guerra arriverà, perché la Storia non predice il futuro, ma di aiutarci a riconoscere il momento nel quale stiamo cominciando a considerarla normale.
Ai miei studenti dico sempre: studiate la Storia, il passato, per comprendere il presente e ipotizzare il futuro. E incazzatevi se qualcosa non vi torna.
Continuo a pensarlo.
Anzi, oggi forse aggiungerei soltanto questo: incazzatevi soprattutto quando qualcuno vi dice che non esistono alternative. Perché quasi sempre il primo compito del Potere, quando vuole condurre una società in una determinata direzione, non è convincerla che quella direzione sia desiderabile, ma convincerla che sia inevitabile.

Non ci cascate, ragazzi. Non ci caschiamo

Foto: John Singer Sargent, Gassed (1919)

 

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