Non se ne può più. Non se ne può più veramente. Non se ne può più di questa prosopopea bellicista, di questa retorica del piffero, enfatica e moralmente ricattatoria attraverso la quale si tenta di rendere presentabile — persino “progressista” — una guerra tra Stati che è ormai (chi non se ne accorge o sta messo davvero male, o ha la tessera del partito ben in evidenza, o è in malafede e fa il pennivendolo) anche un conflitto per procura tra potenze, combattuto come sempre sulla pelle dei popoli.
Ora ci si mette pure un conduttore televisivo, tale Diego Bianchi, che stigmatizza le parole di Virginia Libero alla recente festa dell’Unità (ma anche un patetico Bersani che rimprovera alla stessa ragazza l’uso della parola disertore, dimenticandone l’alto valore etico per chi crede nella pace - cioè se gli dai ancora un valore negativo stai con gli interventisti e con i guerrafondai della Grande Guerra... ma vabbè), con frasi lapidarie quali “quella dell’Ucraina è una storia di resistenza”, “in Italia la partita della propaganda l’ha già vinta Putin”, e via discorrendo. Una posizione patetica, che è espressa anche da altri tristi figure, che si barcamenano grossolanamente tra l’articolo 11 e l’articolo 52 della Costituzione senza comprenderne un senso che anche un bambino di prima media coglierebbe senza alcun dubbio.
E il guaio, purtroppo, è che si sentono pure fighi...
Sulla vicenda della giovane esponente politica non entro. Provo una naturale simpatia per lei, ma, perdonatemi, non mi convince. Non mi convince perché non vai alla festa dell’Unità per dire delle cose che non sono in sintonia con quelle che dice la segretaria del partito poco dopo. Non può avvenire a caso; e non è stato un caso. Mi sembra più una mossa strategica per salvare le apparenze di un partito che ha profondamente e irrimediabilmente tradito una parte consistente del suo elettorato e di quello che dovrebbe essere il suo DNA politico. Le dichiarazioni successive della stessa Libero lo confermano. Il giochino segnar abbastanza chiaro: abbiamo dei giovani in gamba che vanno ascoltati, ma nel frattempo alle cose serie ci pensiamo noi.
Ma in ogni caso, tornando al focus: dire che la Russia ha invaso l’Ucraina significa enunciare un fatto, e va bene. Pretendere che quel fatto esaurisca ogni possibile spiegazione della guerra significa invece abbandonare la storia per entrare nel territorio della propaganda. È come se tutto fosse cominciato improvvisamente nel febbraio del 2022, “così, di colpo, senza senso”; come se non esistessero i trent’anni precedenti, l’allargamento della NATO, il progressivo accerchiamento della Russia, il fallimento degli accordi di Minsk, il conflitto nel Donbass e la trasformazione dell’Ucraina nel punto di frizione di una contesa geopolitica assai più vasta. Comprendere queste cause non equivale a giustificare l’invasione. Equivale, semplicemente, a non rinunciare all’intelligenza e all’analisi storica degli avvenimenti.
Eppure... Eppure niente, una parte consistente di quella che continua a rappresentarsi come la sinistra colta e responsabile (ma su questa, la cosiddetta destra ha le stesse, medesime idee, guarda caso...)sembra incapace di andare oltre la formula dell’“aggressore e dell’aggredito”.
Una formula vera, se presa nella sua immediatezza, ma mistificatoria quando viene usata per impedire qualsiasi domanda su ciò che ha prodotto il conflitto e sugli interessi che ne stanno determinando la prosecuzione. È la stessa postura che, di fronte alla tragedia palestinese, concentra ogni responsabilità sulla figura certamente criminale di Netanyahu, ma come se il problema fosse soltanto un governo particolarmente feroce e non una storia ben più lunga di occupazione, colonialismo, espulsione e negazione sistematica dei diritti di un popolo.
Questa sinistra dei guerrafondai da salotto esiste davvero, figlioli, c’è poco da fare. È composta spesso da persone istruite, benestanti, convinte di appartenere per definizione alla parte migliore del Paese. Guardano con disprezzo gli “ignoranti”, gli zalli, ma accettano senza esitazione le semplificazioni più grossolane quando vengono confezionate dai giornali e dai programmi televisivi nei quali riconoscono il proprio mondo. Hanno sostituito l’analisi dei rapporti di forza con la psicologia dei leader, ma anche la critica dell’imperialismo con il giudizio morale, e - perché no - la comprensione della storia con un copione popolato di dittatori malvagi e democrazie virtuose.
Quando si prova a spostare il discorso sul piano strutturale, ricordando che siamo dentro la crisi di un sistema occidentale deciso a difendere con ogni mezzo un predominio sempre meno sostenibile sul resto del mondo, lo smarrimento è quasi palpabile.
È come se si parlasse una lingua incomprensibile. E forse proprio qui si manifesta la forma più profonda della falsa coscienza: nel non riuscire più a vedere il sistema del quale si è parte, continuando a chiamare “difesa della democrazia” ciò che molto spesso è difesa di un ordine geopolitico, economico e militare.
L’ultima mistificazione, particolarmente odiosa, consiste appunto nell’accostare la guerra in Ucraina alla Resistenza. Un’analogia costruita per trasformare ogni richiesta di negoziato in collaborazionismo, ogni dubbio sull’invio delle armi in vigliaccheria, ogni tentativo di ricostruire le cause del conflitto in complicità con Putin. Ma la Resistenza fu una guerra di liberazione dall’occupazione nazifascista; non può essere ridotta a un dispositivo retorico da impiegare per nobilitare qualunque guerra sostenuta dall’Alleanza atlantica. Usarne la memoria in questo modo non rende più giusta la guerra presente: impoverisce e strumentalizza la Resistenza stessa.
Il meccanismo, del resto, è sempre il medesimo: si cancella la storia, si costruisce il nemico assoluto, si trasforma la complessità in sospetto morale. A quel punto non occorre più capire. Basta schierarsi. Ed è precisamente quando una società smette di capire e si limita a schierarsi che la propaganda ha già ottenuto la sua vittoria più importante

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