domenica 3 novembre 2024

Quando la satira Striscia

 

La satira, com’è noto, è un segnale molto importante per la salute della democrazia. Se c’è satira siamo in democrazia, verrebbe da dire, semplificando molto. Peraltro, com’è altrettanto noto, si tratta di un genere prettamente italico. Nel libro X dell'Institutio oratoria Quintiliano afferma, infatti: “Satura quidem tota nostra est”, intendendo dire che, a differenza della tragedia e della commedia, di chiara e nobile matrice greca, la satira è una creazione del genio latino.
Si tratta, quindi, di uno strumento prezioso, che, sorridendo, critica costumi e potere (Castigat ridendo mores, ci insegnava Jean de Santeul).
Proprio per questo suo statuto ontologico, quando la satira abdica a questo ruolo diventa grottesca parodia o - peggio ancora, e paradossalmente – strumento nelle mani del Potere.
Potremmo fare molti e significativi esempi.
Mi limito a farne uno piccolo e miserevole ma comunque, a mio avviso, significativo.
Ho rivisto in televisione, dopo anni, un paio di puntate del tg satirico “Striscia la notizia”. Ammetto di aver avuto in passato un po' di simpatia per questa trasmissione, della quale apprezzavo una certa, produttiva irriverenza, nonché la capacità di denunciare spesso fatti e misfatti ignorati dall’informazione ufficiale.
Alcuni di tali aspetti permangono, mi sembra di poter dire, nella versione odierna, ma in maniera sempre più marginalizzata.
Trovano sempre più spazio, invece, aspetti che, dal mio punto di vista, denunciano un furbo allineamento alle narrazioni dominanti e, dunque, a chi tali narrazioni partorisce: ossia il Potere.
Se ne potrebbe parlare a lungo. Faccio solo qualche esempio.
Non più due veline ma una velina e un velino. Cioè, dopo decenni in cui hai contribuito a rendere di successo l’immagine della donna-corpo bella e senza cervello, buona a procurarsi flirt e love story con i calciatori accogli il dettame del politically correct e metti un maschio-oggetto accanto alla donna oggetto; non sia mai qualcuno si lamenti...
Dai una rubrica a Enrico Mentana, uno dei giornalisti sacerdoti della correctnes, nonché proprietario dell’agenzia che si è auto assunta il ruolo di denunciare le cosiddette fake news. Inserisci una rubrica apposita sulle fake news, affidando il ruolo del gran visir a un esponente di un sito anti bufale, sorridendo e ridacchiando sui somari che abboccano alle bufale stesse.
Mandi in giro un inviato per esporre al pubblico ludibrio quelli che posteggiano nel parcheggio per disabili senza averne titolo (pratica ovviamente esecrabile, ci mancherebbe) e lo fai accompagnando l’inviato con un disabile in carrozzella (strumentalizzando quindi la disabilità stessa). Mandi in giro altri inviati per celebrare ciclicamente l’inclusività e blastare webeti e bifolchi che credono a complotti vari.
Per la presunta satira ai politici ti affidi a jingle partoriti maldestramente dall’intelligenza artificiale o fai patetiche interviste comiche a sorridenti onorevoli e senatori.
E mi fermo qua.
Spero ci siano sufficienti motivi per non guardare più cose simili. Poi, oh, ognuno è padrone delle sue preferenze. Ma, per favore, non parlate più di satira. La satira vera è, scomodamente, un’altra cosa. Critica il potere e non striscia dinanzi ad esso.

lunedì 28 ottobre 2024

Paolo Bartolini nel limite dei possibili

 


Lo definisce ‘ecosistemico’ lo sguardo del suo ultimo libro, Paolo Bartolini. “Nel limite dei possibili. Pensiero critico e realismo visionario” (edito da Meltemi), infatti, riflette su alcuni dei principali temi dell’attualità, individuandone le matrici culturali e il sotteso filosofico, da un lato, e sforzandosi di costruire le numerose relazioni che fatti, eventi e fenomeni dell’attualità hanno tra di essi. Uno sguardo che vuole essere quello dell’intellettuale alle prese con il delicato passaggio epocale che stiamo vivendo: dall’ipermodernità all’era complessa. Per affrontarlo, scrive Bartolini (che è analista biografico a orientamento filosofico), è necessario evitare “i voli pindarici di un pensiero scollegato dalla realtà, ma anche l’impotenza depressiva a cui ci hanno consegnato i fallimenti novecenteschi delle rivoluzioni “socialiste” e la vertigine delle trionfanti logiche neoliberiste” (pp. 11-12). A tale scopo, per Bartolini, è necessario muoversi ‘nel limite dei possibili’, appunto. Considerare il limite una possibilità, il diverso un’occasione, creando reti ecologiche (e non egologiche) tra le singolarità di chi si avventura nella costruzione di senso del Reale. Solo così sarà possibile evitare gli “estremi scivolosi dell’accelerazionismo cyber/transumanista e di un comunitarismo fuori tempo massimo”; opponendosi a questo – ma anche ad altri sterili bipolarismi – “una visione e delle pratiche centrate sulla relazione, sulla tessitura di legami che liberano proprio mentre uniscono” (p. 56).


Su tale assunto di base si muove l’intero volume, che prende in esame diversi aspetti particolarmente significativi dell’attuale scenario sociale, spingendo sempre a coniugare spiritualità e politica (intesa, quest’ultima, nel senso più alto del termine). Diversi gli obiettivi critici del testo, anche se Bartolini li affronta sempre con equilibrio e grazia espositiva. È il caso, ad esempio, della retorica neoliberista, “che da più di quarant’anni ci induce a considerare la nostra vita come una piccola azienda da condurre al successo, assilla giovani e meno giovani facendoli sentire sbagliati, inadeguati: chi si ferma è perduto, chi non compete è un fallito, chi non si valorizza, investendo su di sé, è destinato a un’esistenza anonima e opaca. Ecco servito il rivolgimento epocale del concetto di autenticità: autentico è chi pensa la propria vita come un capitale da sfruttare, potenziare e indirizzare verso risultati socialmente attraenti. (p. 62)”. Sembra di leggere Miguel Benasayag. La fertile ombra del filosofo argentino, del resto, è presente in diverse pagine e si materializza nell’ultima parte del libro, nel quale Bartolini dialoga proprio con l’autore di “Funzionare o esistere” e di altri pregevoli volumi molto apprezzati negli ultimi anni.


Un altro obiettivo polemico è quello della recente configurazione ideologica della sinistra. Una configurazione che si va strutturando da anni, caratterizzata dallo scivolamento verso una quasi esclusiva difesa dei diritti civili colpevolmente dimentica di quelli sociali (come ha recentemente notato, tra gli altri, Mimmo Cangiano nel suo recente “Guerre culturali e neoliberismo”. Una configurazione che è emersa anche durante la Sindemia Covid 19 (Bartolini usa giustamente questo termine e non Pandemia, in quanto gli ultimi quattro anni sono stati caratterizzati da eventi che sarebbe riduttivo ricondurre solo ad un’emergenza sanitaria, per quanto seria). “Come abbiano potuto – le sinistre istituzionali e di movimento, e con loro quasi tutti i sindacati – permettere una deriva del genere, è stato un interrogativo che mi ha tormentato per mesi. La risposta a cui sono giunto, assai diversa da un generico e sdegnato richiamo alla corruzione dilagante del nostro ceto politico, posso riassumerla come segue. Mi sono convinto, senza che questa appaia come una proposta sociologica articolata, che i cosiddetti “progressisti”, moderati o radicali, non avendo nel presente nessuna capacità di modificare realmente i rapporti di forza tra capitale e lavoro in direzione di una ridistribuzione delle ricchezze e dei diritti, abbiano colto al balzo la sindemia Covid-19 per improvvisare una sorta di socialismo sanitario dall’alto. La decisione “muscolare” di curare tutte e tutti, senza distinzioni, con l’arma definitiva del vaccino, imponendo restrizioni crescenti, multando o rendendo la vita impossibile a coloro che rigettavano il siero salvavita, deve aver ipercompensato quel senso di colpa che accompagna da decenni le compagini di sinistra, prima arruolate senza batter ciglio dentro l’esercito dei neoliberisti convinti, poi sempre più distanti dai bisogni concreti della classe lavoratrice, dei ceti medi e popolari” (p. 78).

Una tecnica consolidata, verrebbe da dire, e poi ripresa per raccontare “la guerra tra il blocco occidentale e la Russia con il popolo ucraino immolato come vittima sacrificale presa tra due fuochi, e la gestione dall’alto della transizione ecologica (a colpi di greenwashing e di colpevolizzazione degli stili di consumo delle fasce sociali meno abbienti)”, p. 80. In effetti, “Il rischio di essere appellati come “putiniani” e “antisemiti”, sulla scia dello stigma “No- vax”, anche in questo caso ha ridotto all’osso il numero delle voci fuori dal coro, in televisione, sulla stampa e negli incontri culturali locali. Solo pochi coraggiosi sono riusciti a penetrare la cortina fumogena del pensiero unico, subendo spesso attacchi ad personam da parte delle principali testate giornalistiche, dai canali mainstream della televisione e da molteplici diffamatori anonimi sui social network. Quali effetti distorti derivano dal quadro che ho tracciato? Il principale è l’aggravarsi delle suddette polarizzazioni, ormai croniche e recidive” (p. 82).


Ci sarebbero altri ambiti da citare, pur nello spazio esiguo di una recensione. Preferiamo tuttavia lasciare ai lettori la loro esplorazione, perché il libro di Bartolini va letto. E va letto nella consapevolezza che una via d’uscita dalla superficialità delle prime narrazioni e dalle banali polarizzazioni guidate dall’alto è ancora possibile. Specie se lo si fa lasciandosi guidare dal pensiero critico e da quella genuina vocazione alla vita autentica propria della filosofia chiamata in causa più volte dall’autore.


giovedì 17 ottobre 2024

Il delizioso viaggio sonoro di "piccolomondomusica"

 

Mi ronzava nelle orecchie e nella mente, quell’aggettivo: delizioso. Continuavo a pensare che fosse la parola adatta per descrivere ciò a cui stavo assistendo. Per questo, quando una delle attrici – la voce narrante – l’ha pronunciata, alla fine, per descrivere il viaggio nel mondo dei suoni raccontato da “piccolomondomusica”, ho provato una piacevole sensazione di consonanza cognitiva. Credo che altrettanto belle siano state le sensazioni del gremito pubblico intervenuto al Teatro Vittorio Emanuele di Messina per assistere allo spettacolo ideato dalla bravissima Marta Cutugno. Un progetto intelligente, delicato e coinvolgente, vincitore del bando SIAE "Per Chi Crea" Nuove Opere, sezione Teatro 2023, e realizzato con il sostegno del MiC e di SIAE.

“Piccolomondomusica” è un iniziatico viaggio sonoro; dedicato ai bambini, certo, ma piacevolmente fruibile anche da un pubblico adulto. Sulla scena, quattro attori (gli efficaci e spigliati Francesco Natoli, Giulia De Luca, Alessio Pettinato ed Emanuela Ungaro), accompagnano gli spettatori, con grandi doti comunicative, nel mondo della musica, appunto. E lo fanno illustrando con personaggi ed oggetti i principali elementi del linguaggio sonoro: i valori musicali, i parametri del suono come l’altezza e l’intensità, il ritmo, il silenzio e così via. L’obiettivo didattico è pienamente centrato e dimostra, una volta di più, come sia possibile – se ci si affida alle mani giuste - coniugare divertimento e apprendimento.

Pertinenti le musiche, realizzate dalla stessa Marta Cutugno e dal compositore messinese Giovanni Puliafito. Azzeccate anche le scelte degli altri protagonisti dietro le quinte: dalla regista Adriana Mangano e dall’aiuto regista Laura Giacobbe alle luci di Antonio Rinaldi, passando per il visual artist Giovanni Bombaci, i costumi di Cinzia Preitano, le foto di Giuseppe Contarini e la produzione audio di Patrick Fisichella. Di Maurizio Puglisi per Nutrimenti terrestri la produzione.
Applausi convinti, al termine, dalla platea, nella quale figuravano giustamente moltissimi – ed entusiasti – bambini.

giovedì 26 settembre 2024

DIECI INTERMINABILI SECONDI

 











Attraversa tutto il libro, il numero 10. E lo fa in modo esplicito ma anche carsico, nelle centoventisette pagine che compongono l’ultima fatica letteraria di Daniele Caroleo, “Dieci interminabili secondi”, edito da Eclettica. Il giornalista sportivo, direttore de “Il calcio quotidiano”, racconta “una storia di sport in miniatura”, come recita il sottotitolo – che vede anche la prefazione di Italo Cucci e l’introduzione di Giancarlo Abete. Protagonista indiscusso il calcio da tavolo, meglio conosciuto al grande pubblico con il nome di Subbuteo. Caroleo ne traccia un breve ma efficace profilo storico (dalla nascita, che si deve all’ornitologo inglese Peter Adolph, nel 1947, ai giorni nostri, passando per la sua stagione d'oro, negli anni Settanta e Ottanta, quando costituiva per i ragazzi quello che oggi è la Playstation) intrecciandolo con le storie personali di alcuni tra i protagonisti della disciplina sportiva che ha appassionato – e appassiona ancora – intere generazioni. Protagonisti del passato, certo, ma anche, e soprattutto, del presente.
Come nel caso di coloro che hanno preso parte alla spedizione azzurra agli Europei di Gibilterra del 2023, in cui la nazionale maggiore si è laureata campione continentale con un golden goal segnato da Luca Battista proprio dopo dieci secondi di preparazione; sfruttando, cioè, l’intero tempo a disposizione previsto dal regolamento per un tiro in porta. Sempre un numero 10, quindi, come dieci sono i capitoli del libro che Caroleo scrive con uno stile asciutto, essenziale ed estremamente comunicativo, accennando anche, in diversi passaggi, ad altri sport in cui il dieci ritorna ad essere protagonista (si pensi solo al tempo entro cui un pugile si deve alzare dopo essere caduto sul ring in seguito a un duro colpo dall’avversario). Quello che colpisce maggiormente, inoltre, è la indubbia capacità che Caroleo dimostra nel cogliere in piccoli particolari grandi nuclei e snodi emotivi. Una capacità rara, che ben si addice a chi vuole raccontare di una disciplina in cui il dettaglio, la minuzia, i millimetri nascono da sforzo, attenzione e concentrazione tutt’altro che piccoli.
Una bella iniziativa, dunque, la pubblicazione del lavoro (realizzato anche in collaborazione con la Fisct – Federazione Italiana Sportiva Calcio Tavolo – e con il settore Subbuteo dell’ente di promozione sportiva Opes), che regala ulteriore spazio al subbuteo e ne incrementa la attuale innegabile crescita mediatica (che ci auguriamo aiuti ad allontanare i ragazzi da un uso spesso eccessivo e diseducativo dei dispositivi elettronici), oltre a contribuire ad una meritoria azione benefica. I proventi delle vendite, infatti, saranno destinati all’iniziativa “Vinciamo insieme”: un progetto della Lega Nazionale Dilettanti che, attraverso il calcio virtuale, intende portare gioia e condivisione all’interno di strutture come comunità di recupero, case-famiglia, ospedali e altri luoghi in cui barriere sociali e fisiche possono limitare l’accesso allo sport.




domenica 25 agosto 2024

Appunti sul rapporto tra maternità surrogata e liberal-progressismo

 


Vorrei fare un’ulteriore riflessione a proposito delle Cultural Wars sulle identità di genere e su tutto ciò che circonda l’universo Woke e buona parte dell’attuale configurazione del mondo liberal-progressista.
Una riflessione che origina dal convincimento - che non è solo mio, ovviamente (anche se fa parte della mia percezione da anni, come sanno coloro che un minimo seguono le mie esternazioni, qui e altrove) ma che ha solidi studi autorevoli alla base – dal convincimento, dicevo, che la lotta per i diritti civili, sacrosanta nella sua formulazione iniziale e genuina, sia ormai sempre più sganciata da quella per i diritti sociali. Un fenomeno pericoloso, del quale la narrazione dominante, ovviamente, evita di parlare. Ovviamente, perché il messaggio deve essere di altro tipo. Non ci deve essere nulla che induca anche solo minimamente a pensare che dietro battaglie presentate con la patina della correctness si celi una mistificazione del Capitalismo, che ha da anni de-economizzato quelle che un tempo erano realmente le lotte della classi subalterne, sfruttate ed oppresse, per inglobarle all’interno di controversie che – muovendosi prevalentemente su un piano simbolico - soddisfino l’esigenza stessa di lotta di chi si identifica nella ‘sinistra’ e nel progressismo, senza, di fatto, toccare anche solo minimamente i rapporti di forza e le dinamiche di sfruttamento economico e sociale di cui il Capitalismo stesso continua ad essere protagonista indiscusso.
Ora, potremmo fare molti esempi, in tal senso. Ce n’è uno in particolare, tuttavia, che rende perfettamente l’idea, a mio avviso.
Sto parlando della maternità surrogata, altrimenti detta GPA o, più volgarmente, utero in affitto.
Un esempio a mio avviso pertinente di come un presunto diritto alla maternità-paternità di coppie che per motivi vari non possono avere figli (coppie eterosessuali o omosessuali), autorizzi la possibilità di rivolgersi ad una donna che porti avanti una gravidanza per conto terzi, lasciando poi il figlio, dopo il parto, alla coppia di cui sopra. Al di là dell’aspetto giuridico (in Italia ad esempio, la legge non lo consente), che mi interessa poco, per me si tratta di un fenomeno di mercificazione del corpo. Ed è, appunto, un chiaro esempio di come la presunta difesa di un altrettanto presunto diritto (quello alla genitorialità) trovi assolutamente legittimo che ciò avvenga attraverso lo sfruttamento di soggetti subalterni dal punto di vista sociale ed economico. Perché, chiaramente, chi porta avanti una gravidanza per conto terzi lo fa per soldi, non ci prendiamo in giro. E lo fa a beneficio di chi si trova, invece, in una posizione di superiorità sociale ed economica (e non entro, in questa sede, nel complesso gioco di dinamiche relative alla percezione e al sentire di chi sviluppa legami con la creatura che porta in grembo…). E ciò senza preoccuparsi minimamente di rimuovere, invece, gli ostacoli che impediscono a quei soggetti in una condizione di subalternità economico-sociale di uscire da tale condizione. In quel momento, il loro ruolo di semplici incubatrici viene accettato; anzi, considerato quasi un veicolo di redenzione.
Che poi ciò vada nella direzione dell’assecondare sentimenti buoni e puri, quali la maternità, la paternità, la voglia di donare amore ad una nuova vita, non può bastare (come molti pretendono, all’insegna dell’americanissimo “you don’t understand what I fell”, atteggiamento-madre di molte cultural wars) a giustificare quello che resta un abominio etico, se si vuole, e umano.
Sono ben accette critiche costruttive, si intende. Basta che non si ispirino a un semplicistico “ognuno del suo corpo fa ciò che vuole, in fondo c’è gente che si vende un rene” (sì, ho sentito anche questa…).
Tutte le reazioni:


sabato 24 agosto 2024

Tra Bias, Gadamer e segni dei tempi

 

Si sente sempre più spesso parlare dei Bias cognitivi. Di costrutti, cioè, causati da percezioni errate della realtà, da cui deriverebbero pregiudizi che ostacolerebbero la corretta comprensione di fatti, cose e Persone.
Il termine, nel suo percorso genetico, ha una storia antica, ma è salito alla ribalta a partire dalla fine del secolo sorso, grazie gli studi dell'economista Vernon Lomax Smith e dello psicologo Daniel Kahneman. In tali lavori, i due scienziati portarono avanti la tesi secondo cui i processi decisionali umani violano sistematicamente la razionalità, lasciandosi fuorviare da fattori irrazionali. I bias, appunto.
Le loro ricerche ebbero molto successo e gli valsero il premio Nobel per l'economia nel 2002.
Tuttavia - e questo è già un indicatore abbastanza importante - dal campo economico, il concetto di Bias è stato via via esteso ad altri ambiti, finendo per essere usato sostanzialmente ovunque si parli del rapporto tra soggetto e costruzione di senso della realtà esterna. Negli ultimi tempi poi - è una mia impressione - esso viene adoperato soprattutto per bollare coloro che, avendo menti fragili, cadono vittime, inconsapevolmente, dei propri pregiudizi, rafforzando visioni errate del Reale, condizionate dalla propria ignoranza, insipienza, creduloneria, ecc.. Via libera, dunque, alla critica feroce, anzi al Blasting - come usa dure - nei confronti di tali ignoranti, webeti, trogloditi, noncielodicono, minus habens e compagnia cantante (si va dal terrapiattista al negazionista di vario tipo - pandemico, climatico - passando per altri epiteti spesso associati a figure caricaturali da bassa politica - meloniano, salviniano, trumpista, putiniano, ecc.).
Ora, siccome chi usa questo concetto - e lo usa nel modo che ho cercato rozzamente di riassumere - si sente spesso appartenente ad una genìa elevata, portatrice di alti valori culturali e sociali, mi permetto - pur succintamente, come si può in un post su facebook - di far notare un aspetto che attiene ad una nobile tradizione cuturale e che, di fatto, smentisce l'uso incontollato che si fa, spesso, del concetto di bias. Mi riferisco all'ermeneutiza filosofica del Novecento e al suo maggiore rappresentante, ossia Hans Georg Gadamer. Questi, in molti suoi studi, ma soprattutto in "Verità e Metodo", del 1960), sottolineò come la visione della realtà sia naturalmente influenzata da forme di pregiudizio. Ciò però non è un fenomeno negativo. Anzi, è necessario. Noi ci accostiamo ad un fatto, ad un testo, ad un'opinione, ecc., con il portato della nostra condizione mentale e culturale di partenza, nonchè di quella del contesto in cui viviamo: e questo perchè la nostra mente non è un tabula rasa. Anche nella scienza, Il pregiudizio che accompagna il ricercatore non è necessariamente un giudizio errato, come sostenevano la maggioranza degli illuministi e prima ancora Bacone. Il pregiudizio è semplicemente una presupposizione, cioè un giudizio previo, la cui legittimità poi - questo sì - dovrà essere messa alla prova e verificata. È normale, dunque, avere pregiudizi. Quando s’incontra una persona per la prima volta o si ha a che fare con un oggetto, una macchina, un testo che risultano sconosciuti, automaticamente scatta nel soggetto un pregiudizio. "Ma se si vuole raggiungere la verità, o quanto meno avvicinarsi il più possibile ad essa, è necessario che il soggetto con i suoi pregiudizi si confronti seriamente con l’oggetto che ha di fronte. La struttura mentale del soggetto è sempre e comunque pregiudiziale".
Diversamente, si resta legati a quell'Adaequatio rei et intellectus dei filosofi medievali da cui i rappresentanti della rivoluzione scientifica si vollero scientemente allontanare.
Attenzione ad usare con troppa faciloneria e supponenza il concetto di bias cognitivo, dunque. Peraltro, e finisco, esso ha un indubbio valore nell'ambito di un approccio cognitivista al comportamento umano; approccio dignitosissimo, ma non l'unico. Approccio che considera poco le dinamiche emozionali (centrali, invece, nel processo conoscitivo per molti altri studiosi di estrazione diversa - centrali anche per me, ad esempio, che nel mio piccolo e nella mia attività di docente, ho sempre pensato che la conoscenza passi prima dalla sfera emotiva e solo dopo approdi al piano cognitivo).

lunedì 23 ottobre 2023

Anna Tifu e Giuseppe Andaloro inaugurano la stagione della Filarmonica Laudamo

 



Suonano bene, anzi, benissimo, Anna Tifu e Giuseppe Andaloro. Il duo (violino e pianoforte) ha inaugurato nel migliore dei modi la centotreesima stagione della Filarmonica Laudamo di Messina in un gremito auditorium del Palacultura Antonello. È bello essere semplici e diretti, quando è possibile, anche vestendo i panni del critico musicale. Suonano benissimo, punto. E lo fanno in un programma accattivante, che prevedeva la Sonata n. 2 in sol maggiore e “Tzigane. Rhapsodie de concert” di Maurice Ravel, nella prima parte, e la Fantasia in do magg. op. 131 di Robert Schumann e la “Carmen Fantasy” op. 25 di Pablo De Sarasate, nella seconda. Scendendo nel dettaglio, quello che ha colpito maggiormente, nella esecuzione di Tifu e Andoloro, è un grande rispetto del dettato stilistico di brani dal grande contenuto artistico e culturale. Un rispetto assecondato dalla realizzazione pertinente di lussureggianti sonorità in Ravel, pur non prive di autentiche perle in termini di delicatezza sonora e sottolineatura delle notevoli incursioni nella dilatazione delle possibilità armoniche e della forma messe in campo dal compositore francese, e nell’approccio esegetico appassionato e sapientemente variegato, in termini soprattutto agogici, nella fantasia schumanniana. In quest’ultima, in particolare, sono emerse le doti interpretative della Tifu, assolutamente a suo agio con un’espressività ipertrofica e onnipresente nello spartito del Maestro di Zwickau. Il tutto assecondato dalla maestria di Andaloro, che dosa virtuosismo e sapienza del tocco in modo equilibrato e convincente. La fantasia sulla Carmen di De Sarasate ha svolto il suo ruolo di colto divertissement finale, con i due splendidi musicisti impegnati a restituirne in modo efficace nuances, enfasi ritmica, esaltazione del melos e puntualità esecutiva nella scrittura tecnica più elaborata.
Applausi convinti dalla platea, al termine, e ripetute richieste di bis, accontentate con una rarefatta e sognante esecuzione della “Meditation” da “Thaïs” di Jules Massenet.

Il ritorno e il «folle volo». L’Odissea di Christopher Nolan tra Omero, Dante e Cacciari

  Ogni nuova rappresentazione di Odisseo è costretta, consapevolmente o meno, a prendere posizione di fronte a Dante. Dopo il canto XXVI del...